di Andrea Vivalda

Se vi fosse una possibilità reale che la coalizione di centro-destra potesse conquistare i due terzi dei seggi in Parlamento, con la conseguenza di poter varare leggi di modifica della Costituzione senza la necessità di ricorrere a referendum popolari, sarei seriamente preoccupato e d’accordo con Enrico Letta nel tentativo di evitarlo anche a costo di alleanze malsane. Il problema, però, per fortuna non c’è.

Per conquistare i due terzi dei seggi, la coalizione di centro-destra dovrebbe ottenere il 100% dei cosiddetti seggi uninominali, cioè un terzo, nonché ottenere più del 50% dei restanti due terzi proporzionali. Ora, anche guardando ai sondaggi più premianti per il centro-destra, si è ben lontani dalla soglia del 50% di consensi. Se poi, come presumibile in quanto esistono collegi in cui altre forze hanno localmente maggior consenso rispetto al centro-destra, non conquistassero il 100% dei seggi uninominali, la percentuale necessaria sul lato proporzionale salirebbe ben oltre al 50%. Le più rosee aspettative del centro-destra potrebbero ad esempio attestarsi all’80% dei seggi uninominali e, in quel caso, la matematica dice che servirebbe il 60% sul lato proporzionale per raggiungere i due terzi dei seggi in totale.

Tutto ciò, inoltre, dovrebbe accadere per entrambe le Camere, altrimenti il passaggio referendario per modifiche costituzionali sarebbe comunque vincolante. Appare dunque lampante e a ragion di logica che, dietro la giustificazione sbandierata dal Partito Democratico del “voto utile” contro il “pericolo fascista”, si celi invece il tentativo di raggiungere quante più poltrone possibili per poter accontentare tutti i componenti storici del partito e gli interessi dei sostenitori privati che rappresentano.

Pare questa la motivazione che spinge Enrico Letta a patteggiare con qualunque forza (ancorché lontana anni luce dalla propria politica) che possa fornire propri voti al servizio di candidati uninominali Pd in cambio di uno spazietto in campo proporzionale, leggiadramente definito “diritto di tribuna”. La ricerca del piazzamento sicuro degli intoccabili nazionali è poi palese anche nelle tensioni accese all’interno del Pd stesso: solo il più recente (ma non il primo non l’ultimo probabilmente) esempio è il grido polemico di Stefano Bonaccini, il quale da qualche giorno con veemenza lancia appelli tv rivolti al Pd nazionale a non “calare sui territori persone da Roma”, temendo la lottizzazione di tutti i collegi favorevoli in direzione, appunto, di quegli intoccabili di partito ai quali tocca trovare un posto sicuro.

Di fronte a questo panorama, nel quale il partito storicamente più importante della sinistra italiana, scollandosi dalle drammatiche esigenze della sua base e del Paese, tralascia qualunque ragione politica, programmatica e di merito pur di acquisire poltrone; un panorama che lascia presagire (se il Pd dovesse vincere in coalizione) iperbolici rimpasti con chiunque a valle delle elezioni pur di formare un improbabile esecutivo che non sarà in grado di riformare alcunché per le divisioni interne; di fronte a tutto ciò, da elettore di sinistra rimango sbigottito. Sbigottito perché i cartelli elettorali e i rimpasti quand’ero giovane li faceva la Dc con il Psi, non la sinistra.

Rimango sbigottito e mi chiedo: è ancora questa la sinistra ambientalista italiana, quella che fa cartelli elettorali e non parla di soluzioni ai nostri problemi, o forse la vera sinistra ambientalista italiana odierna è una forza che parla di temi, di programmi, di idee precise e non contrastanti anche a costo di correre da sola, come il Movimento 5 Stelle?

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