In un’intervista rilasciata al Nuovo Quotidiano di Puglia (sabato 2 luglio 2022), l’assessore regionale alla sanità, Rocco Palese, a proposito delle interminabili liste d’attesa a cui i pazienti pugliesi sono costretti, ha dichiarato: “Ho fatto già presente alla Ragioneria generale dello stato che i 32 milioni di euro stanziati per smaltirle non sono sufficienti”. Aggiungendo, poco più avanti, che “L’impatto del Covid sulla Puglia è stato marcato anche perché scontiamo un gap notevolissimo con le regioni del Nord, storicamente favorite nel riparto del Fondo sanitario nazionale. A quelle regioni arrivano ogni anno 200 milioni di euro in più, a parità di abitanti”.

Queste parole, già significative, si aggiungono a quelle del presidente Michele Emiliano, il quale ha obiettato che: “Il criterio della spesa storica porterà sempre e comunque più soldi al Nord e rende impossibile, anche per le regioni virtuose come la Puglia, ridurre il divario”. Sulla questione “regionalismo”, Isaia Sales faceva notare, su Il Mattino, che: “La pandemia ha evidenziato i macroscopici limiti del regionalismo italiano, al punto da richiedere una immediata revisione delle competenze attribuite, in particolare in campo sanitario”. Non si fatica a rammentare le polemiche sulla gestione dell’emergenza Covid, proprio in Regioni che oggi invocano più autonomia, come la Lombardia. Alquanto sorprendente che “il governo Draghi riapra [riaprisse, nda] la possibilità di concedere alle regioni addirittura maggiori poteri come se nulla fosse successo”. Secondo Sales, siamo piuttosto nel momento di minor consenso per il regionalismo in Italia. Le Regioni, “immaginate come soluzione di storici problemi della nazione, […] hanno invece prodotto una potente accelerazione del divario Nord-Sud”, per una sorta di eterogenesi dei fini.

Il rischio, paventato più volte in questi anni, è quello di consentire una strisciante “secessione dei ricchi”, secondo una fortunata definizione, che richiama il titolo di un libro di Gianfranco Viesti, pubblicato da Laterza nel 2019. La Costituzione prevede che la definizione dei livelli di prestazioni e servizi, su temi fondamentali come scuola, sanità, trasporti, sia alla base della riforma federalista, garantendo la fruizione dei servizi da parte di tutti i cittadini italiani, anche nei territori più poveri, con la necessaria intensità di perequazione, per evitare che alcuni cittadini fruiscano di diritti sociali sostanzialmente ridotti rispetto ad altri. Si tratta di un aspetto fondamentale, che richiede un’accurata riflessione, anche alla luce del fatto che i confini tra aree ricche e povere non hanno più soltanto i contorni “tradizionali” del vecchio divario Nord-Sud, ma possono interessare anche aree del Centro-Nord.

Guglielmo Forges-Davanzati, professore di Economia Politica, (Università del Salento), così scrive: “Esistono già rilevanti sperequazioni territoriali nella fornitura di servizi essenziali, che si sono create (o notevolmente accentuate) proprio a seguito della spinta federalista dei primi anni Duemila. […] i posti disponibili nei nidi e nei servizi integrativi pubblici corrispondono al 12.3% del bacino potenziale di utenza al Sud, a fronte di una media nazionale del 24.7%, nell’anno scolastico 2017-2018. Si tratta peraltro di una dotazione notevolmente inferiore all’obiettivo del 33% fissato dal consiglio europeo di Barcellona del 2022 per sostenere l’occupazione femminile. Su fonte Istat, la spesa statale per i servizi socioeducativi destinati ai bambini pugliesi ammonta a circa un sesto rispetto a quella sostenuta per i coetanei nati in Emilia-Romagna. In Lombardia è circa tripla e in Veneto doppia. A Milano circa il 90% dei bambini può usufruire del tempo pieno a scuola, a fronte del solo 4% di Palermo. Il 17.1% delle scuole italiane del primo ciclo è privo di palestre e strutture sportive, con una percentuale che sale al 23.4% al Sud. Gli investimenti del Pnrr nell’ambito dei trasporti assegnano alla Puglia l’8.09% del totale delle risorse destinate all’acquisto di autobus urbani a emissioni zero. Alla Lombardia, invece, andrà il 17.36%. Non è del tutto chiaro se il progetto autonomista si baserà sulla spesa storica o sui livelli essenziali delle prestazioni”.

Oggi il tema delle autonomie differenziate è sul tavolo dei partiti, che decidono strategie e alleanze, anche sulla base di impegni in questa materia. La domanda che è legittimo porsi è: chi sta pensando alla tenuta del sistema Italia, oltre che del Sud? Quale destino si intende prefigurare per il Paese, rischiando ulteriormente di compromettere la stabilità del Mezzogiorno? La rete culturale Carta di Venosa-Puglia in questi ultimi mesi ha inviato a tutti i parlamentari pugliesi, al Governatore della Regione Puglia e a tutti i consiglieri, al presidente del Consiglio Provinciale di lecce e ai suoi consiglieri, alle parti sociali, sindacali e Anci di Lecce, un invito a render nota la propria “posizione” sulle autonomie regionali differenziate. La stessa cosa faceva Carta di Venosa-Basilicata, con una lettera aperta a tutti i parlamentari lucani. Già nell’aprile del 2021, l’amministrazione Comunale di Martano, nel Salento, anticipando i tempi, adottava una deliberazione “contro” le autonomie differenziate e inviava detta delibera a tutti i sindaci della Provincia di Lecce trovando riscontro solo in quelli di Galatone e Taurisano.

Il 18 luglio scorso, la provincia di Lecce ha deliberato di “richiedere al Governo nazionale di non predisporre atti che prevedano trasferimento di poteri e risorse ad altre Regioni sino alla discussione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (art. 117, lettera m della Costituzione), trasmettendo tempestivamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il testo della presente deliberazione” e “di impegnare il Presidente della Provincia a riportare con urgenza in ogni forma e ad ogni livello istituzionale – parlamentare, governativo, regionale – il contenuto del presente ordine del giorno quale espressione di volontà della rappresentanza della comunità salentina”. Il ddl Gelmini sulle autonomie differenziate era nella compianta agenda del governo Draghi e raccoglieva il consenso trasversale di diversi partiti della decaduta maggioranza. Sul tema, anche l’Anpi nazionale ha “espresso nei documenti e nel dibattito congressuale un giudizio negativo sul progetto di autonomia differenziata regionale, segnalando il rischio di rottura dell’unità nazionale e di allargamento delle diseguaglianze sociali e territoriali. […] è inconcepibile sottrarre alla discussione parlamentare e all’opinione pubblica una materia che può cambiare la vita concreta di cittadine e cittadini, per di più nel drammatico momento che sta attraversando il Paese, per il grande aumento delle diseguaglianze sociali, in particolare fra il Nord e il Sud del Paese, come riconosciuto dal recente rapporto del Governatore della Banca d’Italia, e che aumenterà ulteriormente a causa dell’alto tasso d’inflazione”.

Agli eligendi parlamentari e prima ancora agli elettori del Sud – e non solo – sarà richiesta qualche riflessione supplementare non solo in merito al rischio a cui il nostro Paese si espone per la miope avidità di alcuni esponenti politici, ma soprattutto sui tempestivi interventi necessari per colmare i divari già esistenti, su cui la Ue ha espresso in più occasioni la propria preoccupazione, attribuendo risorse proprio per ridurre i residui divari interni; non certo per allargarli, come accaduto nel corso degli ultimi lustri.

Si ricordi, infine, l’auspicio contenuto nelle conclusioni del Consiglio Europeo del 21 luglio 2020, secondo cui le politiche di coesione devono “ridurre le disparità economiche, sociali e territoriali all’interno degli Stati membri e in tutta Europa, sviluppare e proseguire l’azione intesa a realizzare il rafforzamento della coesione economica, sociale e territoriale, contribuendo a ridurre le disparità tra i livelli di sviluppo delle varie regioni e l’arretratezza delle regioni meno favorite”.

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