L’economia americana è scivolata nella stagflazione, a sua volta provocata dalla simultanea presenza dell’inflazione e della recessione. Nel secondo trimestre del 2020 il Pil si è contratto dello 0,9 per cento, un po’ meno dell’1,6 per cento del primo trimestre. Il motivo è la caduta della spesa dovuta all’aumento dei prezzi, e cioè all’inflazione, che a detta della Federal Reserve si aggira intorno al 7,1 per cento. Più i prezzi salgono più scende il potere d’acquisto dei salari e meno la gente spende.

Nonostante la teoria economica insegni che dopo due trimestri di contrazione si entra in recessione, la Casa Bianca, il Tesoro e la Federal Reserve continuano a negarlo. A supportare questa interpretazione l’andamento positivo del mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione è ai minimi storici da 50 anni e i salari sono tutti in aumento. E’ questa l’anomalia rispetto agli anni Settanta, quando a seguito dello shock petrolifero il mondo intero piombò nella stagflazione.

E’ possibile che la discrepanza tra il mercato del lavoro e gli indicatori economici sia oggi dovuta alle maggiori dimensioni del settore dei servizi e del consumo al dettaglio rispetto agli anni Settanta. La pandemia ha ridotto considerevolmente la forza lavoro, molti sono andati in pensione anticipata e alcuni hanno deciso di uscire dal mercato ufficiale. La fine della pandemia ha poi prodotto all’inizio dell’anno un’impennata della domanda di servizi. Ad esempio, tutti hanno prenotato le vacanze. Questo squilibrio tra domanda e offerta di lavoro è particolarmente marcato nei settori dei servizi ed è molto probabile che sia alla radice dell’andamento positivo dell’occupazione. Ma se l’economia continua a contrarsi, come è prevedibile, si arriverà presto a un punto in cui domanda e offerta di lavoro saranno in equilibrio e l’occupazione cesserà di crescere, possibilmente entro la fine del 2022.

Gli indicatori economici sono addirittura peggiori in Eurolandia, dove l’inflazione ormai è a ridosso del 10 per cento e la crescita stagna. Anche il Giappone è preso nella morsa della stagflazione. Non c’è da stare allegri, dunque. Tuttavia, il vero problema non è l’economia, il vero problema è il clima. I cambiamenti climatici alterano gli equilibri economici, si pensi a quanto sta succedendo nel bacino del Po e alle conseguenze disastrose per l’agricoltura del delta del fiume. L’irreversibilità di questi fenomeni causerà la contrazione della produzione agricola che si ripercuoterà su tutta la filiera a essa collegata. La desertificazione di alcune aree mediterranee e statunitensi, si pensi ai fuochi che bruciano intorno al parco di Yosemite e alla siccità di parte dell’Ovest americano, sono molto più seri della stagflazione. La seconda si combatte con la politica monetaria e fiscale, i cambiamenti climatici sono irreversibili. I cambiamenti climatici hanno il potere di distruggere le economie e di rendere gli indicatori economici obsoleti. Tra qualche anno non si parlerà più di recessione, inflazione o stagflazione perché la struttura su cui poggiano le grandi economie si fluidificherà a causa dei cambiamenti climatici.

Sarà impossibile prevedere i raccolti, fissare i prezzi delle materie prime sul mercato futuro per mitigare il rischio diverrà costosissimo; siccità e alluvioni saranno i nemici da combattere e l’emergenza sarà la normalità. Alla velocità in cui il clima sta cambiando queste trasformazioni arriveranno entro l’arco di un decennio. Anche gli equilibri geopolitici salteranno, i cambiamenti climatici saranno più marcati in alcune aree che in altre, ad esempio il bacino mediterraneo soffrirà a causa della desertificazione ma anche le zone vicino al circolo polare artico subiranno innalzamenti delle temperature proporzionalmente più alti di quelle vicino all’equatore. Le migrazioni climatiche frantumeranno i confini dello stato nazione forzando cambiamenti multietnici che molti resisteranno.

E’ sconcertante osservare come nella campagna elettorale italiana, e nella contesa tra Sunak e Truss nel Regno Unito, i problemi climatici non siano al centro del dibattito politico, al contrario della politica monetaria e fiscale. All’elettorato si continua a offrire l’ossicino del tasso d’interesse mentre tutt’intorno il mondo brucia. La stampa ignora il tema del clima e si focalizza sulle promesse monetarie dei contendenti. Si parla sempre e solo di soldi, vuoi sotto forma di accesso al credito, tassazione o investimenti. Ma il denaro è solo un mezzo di scambio, non ha valore da solo e presto ce ne renderemo conto quando il clima ridisegnerà la mappa alimentare del mondo.

Ai giovani che in questa estate torrida scendono in piazza domandando giustizia climatica viene voglia di dire che manifestare non basta, c’è bisogno di una rivoluzione culturale che coinvolga tutti, anche i genitori e i nonni, c’è bisogno dello “shaming”, la messa alla gogna del consumismo, di chi guida i suv, di chi viaggia in jet privato, di chi fa i video su TikTok incitando al consumo, e così via. Bisogna reinventare i modelli di vita e bisogna farlo secondo i criteri della giustizia climatica.

“Spegni” dovrebbe essere la parola magica: il telefonino, il televisore, la macchina, la moto, il condizionatore, i riscaldamenti ma anche la radio, il pc, le luci, gli aerei e la smania di acquistare cose che non ti servono, che userai forse un paio di volte, vestiti, scarpe che non indosserai regolarmente, acquisti che compensano il vuoto che hai dentro perché intuisci di essere vicino alla catastrofe. La politica non è in grado di avviare questa rivoluzione esistenziale e la stampa ancora meno, la giustizia climatica va conquistata dal basso e va fatto velocemente perché c’è rimasto pochissimo tempo.

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