di Stefano Briganti

I mesi scorrono e si dipana la trama della “saga del gas russo” iniziata a marzo del 2022 nell’ambito della “guerra economica” scatenata contro la Russia dagli “alleati”. Obiettivo dichiarato: “mettere in ginocchio l’economia russa per molti anni a venire” (Biden – Borrell). Kiev pretende che il mondo smetta di comprare combustibili fossili dalla Russia per “togliere ossigeno alla macchina da guerra russa” (Zelensky). Gli Usa approvano (loro non comprano gas russo e solo poco petrolio) e spingono la Ue a soddisfare le richieste di Kiev. La Ue prontamente obbedisce. Solo la Serbia e l’Ungheria resistono e vengono bollate come “alleate di Putin”.

Secondo capitolo, maggio 2022. Prima fase delle sanzioni Ue “stop combustibili fossili”: niente carbone russo. Passo abbastanza facile. In risposta la Russia vende all’India. La macchina da guerra russa non si ferma e si concentra nel Donbass. Seconda fase: il petrolio. Ok ma con gradualità nel tempo. In risposta la Russia vende a Cina, India e Pakistan. La macchina da guerra russa non rallenta. Si passa al gas. La Ue frena perché mira a riempire i depositi al 90%, ma Kiev e Usa sono implacabili. La Russia chiede il pagamento con il sistema della doppia valuta. La Ue grida: “Non cederemo mai al ricatto”, ma poi con i depositi pieni a metà cede e paga. La macchina da guerra russa non si ferma. La Russia aumenta l’esportazione di gas a est e inizia a ridurre i flussi ai Paesi “ostili” europei. La Ue urla “Ricatto! Putin usa il gas come un’arma!” dimenticando che la Ue ha usato 6500 sanzioni come armi della “guerra economica” alla Russia. Terza fase: la diversificazione.

Visto che gli obiettivi iniziali non sono raggiunti, si cambia finalità dell’operazione. Ora si deve diversificare perché la Russia chiudendo i rubinetti è diventato un “fornitore inaffidabile che minaccia la sicurezza energetica” per cui si deve arrivare subito all’indipendenza dal gas russo e strangolare di più l’economia russa che, al momento non mostra i livelli di crollo attesi (JP Morgan).

A questo punto facciamo parlare i numeri. La Ue importa 29,7 miliardi di metri cubi di gas russo l’anno. La Cina nel 2021 ne ha importati 17 miliardi di metri cubi e nei primi sei mesi dell’anno ha accresciuto del 63% le importazioni russe; con questo trend a fine anno avrà importato 28 miliardi di metri cubi, cioè quanto importa l’Europa. Nel 2024 inizieranno i lavori di Power of Siberia 2, gasdotto che collegherà il sito di Yamal (che serve la Ue) con la Cina e nel 2030 porterà fino a 50 miliardi di metri cubi di gas russo (vedi Sole 24ore e dichiarazione del presidente Mongolia).

Si affiancherà al Power of Siberia 1 che, a giudicare dai volumi attuali, ne porta 28. In totale, nel 2030 a pieno regime, la Cina potrà contare su 70-80 miliardi di metri cubi di gas russo. Vendendo allo stesso prezzo applicato alla Ue, la Russia nel “lungo termine” (quando la Ue ritiene che le sanzioni avranno effetto) potrebbe guadagnare il doppio di quanto guadagna oggi. Il che non la porterà alla morte economica da mancati introiti dal gas da parte degli “alleati”.

La Ue “diversifica” e compra Gnl dagli Usa (15 miliardi tra qualche anno) che devono essere trasportati via nave e rigassificati con un incremento di costi (stimato del 30%) rispetto a quello russo. Stessa cosa con quello del Qatar, della Nigeria e del Mozambico. Poi c’è il gas azero via gasdotto che raddoppierà fino ad un massimo di 20 miliardi di metri cubi l’anno nel 2027. Il costo sarà superiore ma non ci dicono di quanto. Infine c’è l’Algeria che fornirà all’Italia 6 miliardi di metri cubi (il 50% dei ricavi va a Gazprom, proprietario del 51% della società di estrazione algerina).

In sintesi la “diversificazione”, che con orgoglio la Ue cavalca, non dovrebbe creare gravi problemi economici alla Russia nel lungo termine mentre ne crea alla Ue che ha stimato di dover spendere 200 miliardi per compensare gli shock sul prezzo gas fino al 2027.

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