Trent’anni fa ero a Palermo. In quella domenica di fuoco. Ho visto quello che nessuno dovrebbe vedere e quando certe cose le vedi, le vedrai per sempre. Allo stesso modo, ogni volta che qualcosa o qualcuno ti riporta in quella realtà.

Ho preferito evitare di trovarmi, anche per lavoro, le varie commemorazioni di Paolo Borsellino. Personalmente le considero inaccettabili. Inaccettabile ascoltare le frasi vuote di prefetti, sindaci, presidi, presidenti ed via cantando. Giaculatorie da preti bolsi, traboccanti retorica innocua e pacificatrice. Lapidi, corone di alloro, nastri aggiustati con noncuranza in una recita mal recitata. Un gas tossico di retorica che mi leva il respiro.

Fa bene, benissimo la famiglia Borsellino a restare a casa in questo trentennale ipocrita, celebrato pochi giorni fa da una sentenza, per la quale non ci sono aggettivi, che ha assolto è prescritto una manciata di poliziotti sfigati, gli unici chiamati a rispondere del più grande e vergognoso depistaggio della storia della Repubblica. Una vergogna che supera – quanto a accumulo di menzogne – perfino piazza Fontana e la bomba alla stazione di Bologna. Un castello di accuse montate, costruite da una regia professionale per depistare le indagini sulla morte di Borsellino. Alla fine a giudizio andarono i pesci piccoli. Si salvarono invece i grandi registi: i magistrati come Giovanni Tinebra, gli uomini dei Servizi e la morte tolse dall’imbarazzo di dover chiedere conto all’ex questore di Palermo, Arnaldo La Barbera, delle menzogne costruite a tavolino e imboccate quotidianamente a Vincenzo Scarantino, una sorta di Malaussene in salsa palermitana, bugie poi pedissequamente copiate sui grandi quotidiani, da zelanti scribi, alcuni dei quali oggi hanno anche la faccia tosta di pontificare sul depistaggio.

C’è ben poco da commemorare se non l’auto celebrazione di uno Stato bugiardo e complice, se non addirittura altro, del massacro del 19 luglio del 1992.

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