L’allenatore del Napoli, così come avviene nella maggior parte delle aziende familiari, è un burattino nelle mani del presidente. Ma non è Pinocchio e, come nella favola di Collodi, non si trova davanti Geppetto, quello che tutti credono un tenero vecchietto inerme e che è, invece, un efficiente capitano d’impresa che, sebbene antipatico ai tifosi, non ha mai tradito una coerenza gestionale nella conduzione della sua azienda-calcio.

Quante dichiarazioni durante il calciomercato smentite dai fatti, quante elucubrazioni che il “filosofo” Spalletti ha visto schiantarsi contro la logica dei numeri e soprattutto contro la dinamica gestionale che ormai da circa quindici anni imperversa nel Napoli e che si basa sul concetto tanto caro al Presidente-Marchese del Grillo che urla “Io so io e voi nun siete un…”.

Siamo lontanissimi dalla morale di Pinocchio che Spalletti ha tentato di far digerire ai tifosi napoletani e che, impregnata di buonismo, si è concentrata sull’assioma che nella vita bisogna sempre essere buoni figli. Ma nelle aziende-calcio non basta essere buoni. E non basta essere figli. Basta chiederlo ai vari Benitez, Sarri, Ancelotti e Gattuso.

Secondo Collodi bisogna scegliere un padre e seguire quello che dice per essere degni di diventare uomini, o per sempre saremo a metà, burattini senza fili, ma pur sempre burattini. Si metta l’animo in pace il tecnico toscano: la sua sarà sempre una gestione passiva, le sue decisioni conteranno sempre come il due di coppe quando la briscola è a denari!

I “segnali” di una gestione di conformità (nessuna iniziativa lasciata a terzi) all’interno di una organizzazione si percepiscono quando si prepara il tessuto culturale per poi arrivare al successo. Tracciare la strada del successo, pianificare la vittoria è una fase molto più difficile da valutare perché noi tutti poi siamo abituati a vedere l’ultima scena del film, la vittoria. Ma quei segnali, molti dei quali politically uncorrect, sono invece molto evidenti da anni.

Innanzitutto “un manager che vuole vincere” in una azienda privata si fa pagare tanto a dimostrazione di una capacità negoziale che compensa pure gli squilibri caratteriali difficili da sopportare. Si tratta di un tema ai confini tra etica e retorica. Perché non stiamo parlando di un Ceo che ha praticamente il potere di stabilire autonomamente (o quasi) il proprio stipendio ma di un manager, sebbene apicale, che ha la responsabilità primaria dei risultati (non solo sportivi) di una azienda calcio. E i 3 milioni all’anno di Spalletti sono ben lontani dai 4 di Inzaghi o dai 7 di Mourinho e Allegri per non parlare dei 16 di Conte.

In secondo luogo un manager che vuole vincere impone investimenti ingenti per la crescita e lo sviluppo delle competenze dei suoi uomini, nonostante la proprietà manifesti difficoltà finanziarie. Si tratta sicuramente di una visione miope e di breve periodo, ma andate a domandare ai tifosi dell’Inter o della Juve se sono più contenti di vincere il trofeo del fair play finanziario o lo scudetto.

In terzo luogo, un manager che vuole vincere deve combattere la complacency (compiacenza) dei dirigenti dell’organizzazione. La compiacenza (spesso autocompiacimento) è un assassinio delle organizzazioni di successo perché determina un sentimento di approvazione compiaciuta o acritica di se stessi o dei propri risultati anche se non brillanti. Diagnosticare e denunciare l’autocompiacimento, come fece Conte nel 2020 (prima di farsi acquistare i giocatori determinanti per vincere poi lo scudetto nel 2021), può essere molto difficile.

Ciò è dovuto al fatto che la sensazione di compiacenza è privata. A differenza di un errore tecnico, di un giocatore ribelle o di un flop in un torneo, l’autocompiacimento non è qualcosa che vediamo facilmente. La sua radice è nel cuore delle persone e nella loro motivazione. A meno che non siamo veramente introspettivi, potremmo anche non notarlo in noi stessi. Inoltre, potremmo scambiare l’autocompiacimento per la contentezza.

Infatti Napoli, che non vince un campionato da 32 anni, si è auto-compiaciuta per un terzo posto conquistato nell’ultimo campionato, il più mediocre ed equilibrato degli ultimi anni, quando aveva elevate probabilità di aggiudicarselo prima che, come si sta verificando, Juve, Inter e Roma si rafforzassero. Mentre Conte tre anni fa, in una società come l’Inter, dove un successo arriva mediamente ogni dieci anni, ha messo in riga tutti con un messaggio preciso: ci si compiace solo salendo sul predellino con la scritta “the winner is…”.

Infine, sembra ovvio ma non lo è, un manager che vuole vincere deve vincere. E finora Spalletti è campione assoluto di bellissimi secondi posto. Se davvero vuole dimostrare di essere un “hombre vertical” e non un burattino, rassegni le dimissioni prima che sia troppo tardi.

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