“Ai tanti giovani che affollano i corsi di giornalismo, alla ricerca di un futuro posto di lavoro sempre più arduo e raro, va forse detto che il giornalista di ogni giorno non è l’uomo dello spettacolo e dell’immagine, ma quello di una professione da costruire con buoni studi e con altrettanta pratica. Va anche raccontato della dura ferialità di un dovere quotidiano, da coniugare sì con la novità di un prodotto che si rinnova ad ogni dispaccio d’agenzia, ma soprattutto con parole che si chiamano coscienza, responsabilità sociale e obiettività”.

Questa massima di don Giuseppe Costa, salesiano, giornalista, docente di comunicazione e direttore emerito della Libreria editrice vaticana, fotografa in modo efficace la professione del cronista nel panorama attuale. Il sacerdote ha dato alle stampe un testo prezioso per chi si avvicina al giornalismo intitolato Girovagando tra cronache ed eventi (Nemapress). Un volume che raccoglie quarant’anni di giornalismo, ma soprattutto di vita. “Scrivere o far scrivere – annota don Costa – è stato per anni il mio lavoro quotidiano da giornalista e da editore. Ho incominciato da ragazzo frequentando l’oratorio e da giovane liceale, fino a quando quel che era un lavoro occasionale divenne una obbedienza legata al carisma salesiano che ha un suo punto forte nella comunicazione”.

Don Costa è stato per dieci l’anni l’editore del Papa, prima Benedetto XVI e poi Francesco. “Ritornai a tempo pieno all’editoria – ricorda il sacerdote – nel 2007 presso la Libreria editrice vaticana. Vi rimasi per dieci anni. Conoscere da vicino i papi Benedetto XVI e Francesco, condividerne pareri e sentirne opinioni editoriali e soprattutto tradurle in libri per il mercato editoriale internazionale è stata per me una grande sfida che oggi posso dire d’aver vinta a servizio della Chiesa. Sono stati anni di grande attività internazionale con contatti e contratti fra i più alti ai quali l’editoria può aspirare. E il mestiere di giornalista? Beh, mi è rimasto tra le mani. Libri, relazioni, incontri. Una infinità di ‘pezzi’ dalle cronache più varie”.

Riflettendo sul rapporto tra Chiesa e media, il cardinale Carlo Maria Martini scriveva: “Come la donna del Vangelo, che fa parte di una folla nascosta e anonima che circonda e preme Gesù da ogni parte, viene risanata, esce dall’anonimato, assume un volto, una dignità, il pieno controllo del suo corpo grazie al contatto con il lembo del mantello di Gesù, non potrà forse un uso retto dei media aiutare tanti a passare da massa a persone, da moltitudine a popolo, dando coscienza, dignità, cultura, slancio, capacità comunicativa? Se non è il caso di dare ai media un posto centrale nel grande processo di rifare umana l’umanità, non resterà però per i media un qualche aspetto, un lembo del mantello, del potere comunicativo e risanatore che viene attribuito nella grazia del Vangelo, al linguaggio umano e alla comunicazione tra gli uomini? È la grande scommessa dei media su cui punta la Chiesa: farne da strumenti di massa degli strumenti personalizzati. È la fiducia nella possibilità di vincere tale scommessa che permette all’insegnamento della Chiesa, dal Vaticano II in poi, di trattare dei mass media collegandoli addirittura col mistero comunicativo della Chiesa, con la stessa comunicazione divina ed evocando perfino il mistero della Trinità”.

Incontrando recentemente in Vaticano i partecipanti al capitolo generale dei paolini, Francesco ha sottolineato che “un tema-chiave è quello delle relazioni interpersonali nel mondo globalizzato e iperconnesso. È un tema-chiave sia sul piano umano e sociale, sia sul piano ecclesiale, perché tutta la vita cristiana parte e si sviluppa attraverso il rapporto da persona a persona. E ormai, dopo i primi tempi di euforia per le novità tecnologiche, siamo consapevoli che non basta vivere ‘in rete’ o ‘connessi’, bisogna vedere fino a che punto la nostra comunicazione, arricchita dall’ambiente digitale, effettivamente crea ponti e contribuisce alla costruzione della cultura dell’incontro”.

Sempre Bergoglio, nel messaggio per la 56esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali intitolato ‘Ascoltare con l’orecchio del cuore’, sottolinea che “l’ascoltare è il primo indispensabile ingrediente del dialogo e della buona comunicazione. Non si comunica se non si è prima ascoltato e non si fa buon giornalismo senza la capacità di ascoltare. Per offrire un’informazione solida, equilibrata e completa è necessario aver ascoltato a lungo. Per raccontare un evento o descrivere una realtà in un reportage è essenziale aver saputo ascoltare, disposti anche a cambiare idea, a modificare le proprie ipotesi di partenza”.

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