Fino a ieri tutti (soprattutto le femministe) deploravamo la mercificazione del corpo femminile da parte della pubblicità. Qualsiasi prodotto, che fosse automobile o utensile, frutta o vernice, lo mostrava per intero o in parti, come fossero quarti di bue, ammiccando alla possibilità di ‘possederlo’ attraverso l’acquisto del prodotto pubblicizzato. In proposito realizzai perfino un (per me) memorabile servizio per la tv.

Oggi, invece, quei ‘geni’, i furboni del marketing, hanno fiutato l’aria e inzeppano ogni spot televisivo, ogni foto, pagina o ‘editoriale’ di coppie ‘lui-lui’ o ‘lei-lei’, di gruppi sessualmente fluidi, preferibilmente interrazziali. ‘Lo specchio della società’, si dirà. Ovviamente, e non si può certo contestare quello che è oggi un dato di fatto sociale.

Ciò che non si capisce è come mai le molte schiere urlanti al ‘politicamente scorretto’ nel caso dei corpi femminili mercificati non si indignino oggi di fronte alla mercificazione commerciale di qualcosa di ancora più importante di un corpo: la propria intimità sessuale. E’ determinante sapere che una certa automobile sia favorita da una coppia di donne gay o che certi biscotti uniscano sulla spiaggia a colazione gruppi di ragazzi che più fluidi e international non si può? Non più di quanto non lo fosse guardare arrapati una prosperosa e poco vestita ‘Giovanna’ sparare vernice antiruggine sui cancelli. Ad un consumatore accorto quello che premerebbe sapere in funzione di un acquisto dovrebbero essere le caratteristiche tecniche dell’auto, gli ingredienti dei biscotti, la qualità della vernice. Tutto il resto è fuffa.

La stessa fuffa venduta per decenni dagli ‘United Colors’ si arricchisce in questo millennio della nostra personalissima identità sessuale, usandola come una mazza ferrata contro di noi. E il bello che – esattamente come negli anni ’70 – siamo là tutti beotamente ad accettarlo. Anzi, addirittura ad osannarlo come segno di libertà. E’ l’ultima carta di un marketing che da un lato brama di accaparrarsi le teste dei giovani, dall’altro è terrorizzato dal fatto che i propri clienti paganti possano essere identificati come nemici del ‘genere fluido’ da parte degli stessi.

I vecchi, del resto, anche se sono la maggioranza in Italia (quasi 183 ogni 100 giovani, nel 2021, fonte Istat), non sono influencer, non spostano ‘followers’ e, del resto, hanno sempre meno soldi e sono sempre più restii a spendere in beni voluttuari, o inutili, o che non siano di vera qualità. Il richiamo sessuale con loro non funziona più. Meglio dunque puntare sul futuro, e pazienza se va riempito di fuffa. In fondo, non ci sono stati forse 70mila potenziali consumatori a spellarsi le mani per i Maneskin? Parafrasando i giovanotti: sono fuori di testa ma non diversi da loro che sbavavano per Giovanna.

La campagna commerciale per la conquista delle inconsapevoli menti è solo all’inizio.

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