Non so se è una mia impressione, e non è che mi spiaccia, ma seguendo l’informazione nazionale mainstream sul conflitto in corso in Ucraina, si parla poco delle vittime. La maggior parte dell’attenzione dei media è concentrata sulle relazioni tra capi di Stato, su Putin, sula questione energetica, sulle meschine questioni interne alla politica italiana, ma dei morti sotto i colpi russi, nulla. Ripeto, se fosse che non ci sono vittime, ne sarei felice, ma sappiamo che non è così, che in una guerra si muore da entrambe le parti. Allora perché è più importante parlare della distruzione di un capannone o dell’aumento del gas che delle donne, uomini e bambini deceduti?

Questa strategia comunicativa, in fondo, rivela la vera essenza dell’atteggiamento assunto dall’Italia e di gran parte dell’Europa nei confronti della guerra: al di là della retorica dominante, il vero fine non sono la difesa e la salvezza del popolo ucraino, ma l’uso di queste povere persone, per una partita geopolitica contro Putin e la Russia. Lo dimostra anche l’enorme disparità negli sforzi impiegati per cercare una soluzione pacifica, rapportati a quelli di carattere bellico.

I morti degli altri contano nella misura in cui sono funzionali ai nostri scopi e gli ucraini rischiano di diventare vittime del gioco. Non è una novità, pensiamo ai curdi, che hanno combattuto in prima linea contro l’Isis e di cui mai abbiamo ricordato le vittime. Al contrario, probabilmente li svenderemo (noi italiani per la seconda volta, vedi D’Alema con Oçalan) al gentiluomo Erdogan – oggetto di critiche solo per non avere fatto accomodare una signora su una sedia – in cambio del suo via libera all’ingresso nella Nato della Finlandia.

Una guerra senza morti è più facile da gestire mediaticamente, non tocca il lato emotivo della gente, ma diventa asettica, spersonalizzata, un fatto a cui si può rispondere senza tenere conto dell’aspetto umano.

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