di Luca Graziani

“Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato”. Sul proprio sito gli attivisti di Ultima Generazione prendono in prestito una massima del dottor King per sostenere gli scopi delle loro dimostrazioni, sempre più frequenti e discusse. A Roma tre soltanto nell’ultima settimana: mercoledì 22, lunedì 20 e ancor prima giovedì 16 giugno. Il copione è sempre lo stesso, al grido di “no gas, no carbone” nell’ora di punta bloccano il traffico del Grande Raccordo Anulare, dopo aver già fatto visita a Milano, Padova e Massa Carrara. La prima protesta nella capitale, volendo essere precisi, risale al dicembre dello scorso anno quando l’organizzazione non era ancora indipendente, ma una costola dell’internazionale ambientalista Extinction Rebellion.

Armati di striscioni, i dimostranti – di tutte le età ma in larga parte giovanissimi – seduti sull’asfalto a raccogliere gli insulti di automobilisti comprensibilmente inferociti, attendono che le forze dell’ordine li obblighino a togliere le tende. Il tutto pacificamente e senza opporre resistenza. Un’oretta di disagio che sfida la pazienza degli imbottigliati di turno sia per chiedere risposte a Draghi e ministri sia per tentare di ridestare il senso di comunità nei cittadini, farli uscire da se stessi e riflettere per un istante su un tema che riguarda tutti. Come stiamo gestendo la transizione ecologica? E, soprattutto, la stiamo gestendo o facciamo finta?

Partecipare a proteste non violente, fare disobbedienza civile resta però un lavoro sporco. Bisogna essere preparati e sapere a cosa si va incontro: arresti, denunce o fermi se tutto va bene, altrimenti ci scappa pure qualche manganellata – ricorderete i volti insanguinati degli studenti che scesero in piazza contro l’alternanza scuola-lavoro – o magari un Suv che tenta di investirti. È accaduto a Chloé Bertini che in uno degli ultimi sit-in ha rischiato di essere schiacciata da un’auto che non accennava a fermarsi, come si vede nel video che ha fatto il giro del web. Ma di finire in poltiglia poco importa, “anche se volete investirci per arrivare in orario in ufficio noi accettiamo il rischio” dicono dal profilo Instagram dell’organizzazione.

Certo che è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo ed è soltanto un bene che questa generazione – sperando non sia davvero l’ultima – riscopra il valore della protesta, obbligatoriamente pacifica e non violenta. Il metodo, storicamente efficace, può esserlo ancora oggi. Non per niente gli attivisti di Ultima Generazione solo qualche mese fa, dopo scioperi della fame, incatenamenti e imbrattamenti vari, hanno ottenuto un primo colloquio con il ministro Cingolani, accusato di essere a capo di un “ministero della truffa e delle bugie”. Ma siccome ci avevano visto giusto, l’incontro si è risolto in un tipico nulla di fatto.

La loro disobbedienza civile, dopo anni di petizioni, campagne e vertici inconcludenti, vuole dare visibilità a richieste chiare e circostanziate:

1) interrompere la riapertura di centrali a carbone dismesse e cancellare il progetto di nuove trivellazioni;

2) incrementare l’energia solare ed eolica di almeno 20 GW entro la fine del 2022.

Anche perché il 90% degli impianti presentati lo scorso anno, in realtà, è rimasto sulla carta come dice un report rilanciato dal Sole24Ore. Piaccia o no, l’obiettivo di questi ragazzi dunque è uno soltanto: impedire a un governo che si diceva green, ma ha calato la maschera tra fantasie sul nucleare e nuovi termovalorizzatori, di investire su fonti fossili e gas (ora sdoganato pure dalla Tassonomia verde Ue) con il comodo alibi della crisi energetica a portata di mano.

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