di Mario Pomini*

Il dibattito politico fra i partiti si sta focalizzando sempre più sugli aspetti economici, in particolare su quelli legati al fisco. Dopo un anno di aspre discussioni è stata finalmente approvata la delega fiscale, con un sostanziale nulla di fatto. Sulla riforma del catasto e sul riordino della tassazione, il cosiddetto sistema duale, tutto è stato rimandato al futuro. Il risultato non poteva che essere questo, data la diversità delle posizioni in campo. Ma superato uno scoglio fiscale, subito un altro ne appare all’orizzonte.

Questa volta il tema in discussione è per certi aspetti più tranquillo. Improvvisamente tutti i partiti, da Fratelli d’Italia al Pd, si sono accorti che nel nostro Paese il cuneo fiscale è molto elevato e sono dell’idea che sia assolutamente necessario ridurlo. A guidare le danze si è messa Confindustria. Il discorso sembra semplice, ma nasconde alcune insidie.

Per capire la questione del cuneo fiscale è utile partire dalla nozione più generale di costo del lavoro. Quanto costa oggi un lavoratore medio in Italia? Una risposta ci viene offerta dai dati elaborati da Eurostat per il 2021. Nell’Europa dei 27 il costo orario del lavoro, nelle sue tre componenti, salario netto, tassazione e contributi sociali, è molto variabile. Si va dai 51.1 euro che costa un’ora di lavoro in Norvegia, agli 11.5 euro di un lavoratore in Polonia. La media Ue è di 29.1 euro all’ora. Questo dato è molto importante perché è l’elemento chiave a cui guardano le grandi imprese che fanno investimenti nei vari Paesi. Il costo del lavoro in Italia è di 29,3 euro, sensibilmente più basso di quello della Germania (37,2 euro) e della Francia (37,9 euro), anche se più elevato della Spagna (22,9 euro). Quindi quando gli industriali puntano il dito sull’elevato costo del lavoro in Italia, sicuramente esagerano. Magari il problema è la bassa produttività, ma questo è un altro capitolo della storia.

Detto questo, il cosiddetto cuneo fiscale è rappresentato dagli oneri sociali e dalla tassazione. Dedotti questi due elementi si arriva al netto in busta paga, che è molto più basso del costo del lavoro ed è quello che interessa al lavoratore. Guardiamo ancora all’Europa, tanto per farci un’idea, partendo dai contributi sociali, una tassa proporzionale sul reddito da lavoro. Gli oneri sociali, sempre misurati sul salario orario, ammontano mediamente nell’area Ue a 7,2 euro. Valgono 8,3 euro in Germania e 12,1 euro in Francia. L’Italia è al di sopra della media europea con un valore di 8,3 euro, esattamente come la Germania. Quindi, da questo punto di vista non sembra esistere un caso italiano. I contributi sociali in Italia sono allineati sui valori delle economie più avanzate. Se poi pensiamo che questi contributi vanno a finanziare sostanzialmente la spesa pensionistica, che già da anni registra un forte deficit, diventa difficile intervenire su questo punto. Chi vuole ridurre questo onere, proposito legittimo, dovrebbe anche impegnarsi per un taglio delle pensioni, ma non sembra questo il caso dei politici italiani, in particolare della Lega di Salvini.

Rimane la seconda componente del cuneo fiscale, cioè l’Irpef. Qui, in questi ultimi anni, è stato fatto molto per ridurre il carico fiscale, sia direttamente che indirettamente. Basti ricordare i due provvedimenti più importanti che hanno portato ad una riduzione di tasse per quasi 15 miliardi di euro. Si tratta del bonus dei 100 euro per i redditi medio-bassi, e della sostanziosa riduzione delle aliquote per i redditi medi, recentemente approvata dal governo Draghi. Quindi il cuneo fiscale è già stato ridotto attraverso la fiscalità e in maniera sostanziale.

Se questo è il contesto di riferimento, c’è da chiedersi quale sia il senso della richiesta di una ulteriore riduzione del cuneo fiscale, al di là del generico clima da populismo fiscale che ormai intossica ogni discussione. L’unico soggetto realmente interessato al problema può essere Confindustria che, guarda caso, si è posta a capofila di questo movimento. Di recente gli industriali hanno spostato l’accento dalla tradizionale polemica sul costo del lavoro, che sarebbe troppo elevato in Italia (falso), a quella più nobile della riduzione del cuneo fiscale per dare più soldi ai lavoratori. Finalmente Confindustria ha a cuore i redditi dei lavoratori e non solo i profitti dei bilanci aziendali? Può essere, ma c’è anche una seconda spiegazione.

Con un debito pubblico così elevato, ogni riduzione del cuneo fiscale porterà inevitabilmente ad una riduzione dei servizi garantiti dallo stato sociale. Si comincerà, e in alcuni casi sta già succedendo, con una progressiva privatizzazione. Ciò che Confindustria non è riuscita ad ottenere per altra via lo può realizzare, nel plauso generale, con una richiesta di uno shock fiscale sul costo del lavoro. Tanto a pagare il conto non saranno le imprese, ma le casse pubbliche oppure i lavoratori stessi, che dovranno pagare dei servizi sanitari, scolastici, sociali prima gratuiti.

Il cosiddetto cuneo fiscale, cioè la quota di risorse che a finanziare i servizi collettivi, potrà anche essere rivisto, ma sicuramente va maneggiato con cura per non aumentare le disuguaglianze e discriminazioni già ampiamenti presenti nella nostra società. Il nostro sistema politico, animato solo da sterili pulsioni elettorali, per ora non sembra adatto allo scopo.

*Professore associato di Economia Politica, Padova

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