Non dobbiamo lamentarci se l’estate 2022 si preannuncia calda: sarà certamente una delle estati più fresche dei prossimi cinquant’anni. La siccità irripetibile che affligge una porzione straordinariamente vasta del pianeta è destinata a ripresentarsi nel futuro più o meno prossimo con probabilità uno. E strapparsi le vesti (Giobbe 1:18-20) non serve a nulla. Se la secca disseppellisce i cadaveri occultati sul fondo del lago Mead tra il Nevada e l’Arizona, c’è anche dell’altro, di segno opposto. Mille chilometri a nord, stessa catena montuosa e stesso versante atlantico, una piena ancora più severa dello storico evento del 1918 ha devastato il parco nazionale di Yellowstone, Montana. “Questa è una inondazione che non abbiamo mai visto in vita nostra”, ha dichiarato in televisione Cory Mottice, che di mestiere fa il meteorologo nel National Weather Service. E non il tronista proteso a dispensare il suo sapere nei nostri talk show. Cory, che non conosco personalmente, è piuttosto giovane e avrà modo di rifarsi. L’inondazione ha provocato evacuazioni, interrotto l’elettricità e costretto i funzionari del parco di Yellowstone a chiudere tutti gli ingressi a tempo indeterminato, dopo aver sgombrato in fretta e furia diecimila visitatori.

E il disastro colpisce uno dei parchi più belli del mondo in prossimità della stagione turistica estiva. Sebbene siano state distrutte numerose case, altre strutture e infrastrutture, non si segnalano vittime né feriti. I gestori del parco annunciano però notevoli danni, giacché parecchi ponti sono stati spazzati via, gli smottamenti e le frane hanno devastato le vie di comunicazione locale, le inondazioni hanno isolato vari villaggi e cittadine, i cui abitanti sono stati evacuati in barca o con gli elicotteri. L’evento è senza dubbio straordinario, poiché l’idrometro del fiume Yellowstone a Corwin Springs ha superato i quattro metri e venti centimetri, quando il record precedente del 1918 aveva segnato i tre metri e mezzo. Se nella piena del 1990, la più severa in tempi recenti, si erano registrati circa 900 metri cubi al secondo, ora se ne sono registrati più di 1.400, tanto da suggerire al sovrintendente di Yellowstone affermazioni alquanto ardite, durante la conferenza post-disastro. Per esempio, balenare il sospetto che si tratti di un evento millenario.

Uno studio recente e dettagliato sull’impatto locale del riscaldamento globale – focalizzato proprio sul parco di Yellowstone e pubblicato l’anno scorso – segnalava come, dal 1950 in poi, le piogge primaverili siano mediamente cresciute del 17 percento in aprile e del 23 in maggio. Nel contempo, sono diminuite le nevicate, mentre il totale annuale delle precipitazioni è, per contro, aumentato. Anziché un lento rilascio estivo delle acque da parte del manto nevoso, le piogge tendono a combinarsi con lo scioglimento prematuro della neve, aumentando la severità delle piene fluviali. E la situazione è in rapida (in senso geofisico) evoluzione. Che senso ha, allora, battezzare un evento “millenario” se la cronologia non è stazionaria? Nel capitolo dedicato all’acqua, questo stesso studio evidenzia, tra i pericoli legati alle modificazioni del ciclo idrologico, soprattutto l’aumento della probabilità che slittino le stagioni e si verifichino prolungati periodi siccitosi. Di conseguenza, suggerisce di intraprendere misure a breve e medio termine per fronteggiare l’innesco degli incendi, la moria diffusa e precoce dei pini dalla corteccia bianca, i focolai di specie invasive. E mette in guardia sull’anticipata deposizione delle uova dei pesci, sulla salute dei sistemi acquatici, sull’alterazione degli habitat delle praterie che stanno già modificando la migrazione dei bisonti, sulla indisponibilità di cibo per gli uccelli canori.

E il rischio alluvionale? Rispetto a uno studio scientifico che gli scettici del riscaldamento globale giudicherebbero temerario e fazioso, la realtà supera perfino la fantasia degli scenari idro-climatici che costoro battezzano apocalittici. L’inattesa alluvione dello Yellowstone ha, come minimo, creato un danno enorme in un contesto del tutto rispettoso della natura e del paesaggio, dove si attua una cura meticolosa dell’ambiente e degli ecosistemi, a livelli sconosciuti dalle nostre parti. E promette un danno economico e sociale di grandi proporzioni, vista la vocazione turistica della regione colpita. Dovranno i posteri attendere mediamente altri mille anni per assistere a un evento della portata della piena del 13 giugno 2022? O sarà meglio ingegnarsi per adottare misure efficaci e sostenibili di adattamento anche per mitigare l’impatto delle alluvioni?

Finita l’emergenza idrica nell’Italia nord occidentale e centrale, che prima o poi finirà con probabilità uno anche se non sappiamo quando, si chiuderanno i tavoli tecnici che si stanno aprendo in questi giorni. Si concluderà così l’ennesima emergenza, una condizione spirituale oltre che materiale, prediletta dal popolo italiano come stile di vita: economica, pandemica, sanitaria, bellica, sismica, abitativa, vulcanica, alluvionale, demografica, purché emergenza sia. L’emergenza siccità inaugurata da poco sarà senza dubbio vissuta coltivando i sani propositi della pianificazione, delle buone pratiche, della condivisione delle misure di adattamento climatico necessarie a districare il nodo tra ciclo dell’acqua, agricoltura ed energia. Tutte amabili intenzioni che svaniranno con la fine dell’emergenza siccità, per aprire le porte ai nani e alle ballerine delle grandi opere e dei progetti nel cassetto, traguardando la prospettiva di una nuova fase emergenziale che, voglio sperare, non sarà quella idrogeologica.

Il crollo dell’ostello di Gardiner nel parco di Yellowstone – la baracca è stata trascinato via dalle acque del fiume che ne ha eroso la fondazione (vedi foto in copertina) – apre il cassetto dei ricordi. Proprio lì, sulle sponde del fiume, trascorsi un paio di notti insieme con la moglie, la suocera e il figlio ancora piccolo durante un magico weekend, in mezzo a una natura straordinaria. Sono passati molti anni da quel tempo, il penultimo periodo sabbatico presso la Colorado State University di Fort Collins, Colorado.

Sostieni ilfattoquotidiano.it ABBIAMO DAVVERO BISOGNO
DEL TUO AIUTO.

Per noi gli unici padroni sono i lettori.
Ma chi ci segue deve contribuire perché noi, come tutti, non lavoriamo gratis. Diventa anche tu Sostenitore. CLICCA QUI
Grazie Peter Gomez

Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Successivo

Siccità, il sottosegretario Costa: “Ci sono condizioni per dichiarare lo Stato di emergenza. Comparto agricolo va sostenuto”

next