Ilaria Lonigro

Il teatro come scuola, come formazione civile e culturale, come messaggero di valori, bussola per districarsi nella giungla del presente e cassetta degli attrezzi per leggere e interpretare il mondo e, chissà, provare a cambiarlo in meglio. Il Teatro Rumore di Viareggio continua a fare “baccano”, quello buono. E a riempire i teatri in tutti i sensi, nel senso di sotto – in platea – e nel senso di sopra – sul palco, sul quale salgono bambini e ragazzi (in totale nella compagnia ci sono 157 under 18). Il titolo forte di quest’anno (tra tantissimi, basta dare un’occhiata al sito del teatro) è La fattoria degli animali – Una favola, ispirato al capolavoro di George Orwell, in scena al teatro Jenco dal 23 al 26 giugno. E torna anche il festival annuale organizzato dal Teatro Rumore con il contributo di Cassa di Risparmio di Lucca e il patrocinio del Comune di Viareggio: quest’anno si chiama “Corpi Celesti” (qui tutte le informazioni): corpi celesti, come i pianeti, le stelle e i satelliti che danno il nome agli otto gruppi di Teatro Rumore, in ordine di età, dai più piccoli ai più grandi. Tutte eredità di Davide Moretti, attore e regista, fondatore della scuola e del festival scomparso due anni fa, la cui stella polare è stata sempre il ruolo sociale del teatro. Tra i lavori portati in scena negli scorsi anni anche spettacoli sulla strage di Sant’Anna di Stazzema e sul disastro ferroviario della stazione di Viareggio. Ora che non c’è più ha lasciato il testimone a Ilaria Lonigro, giornalista (collabora da tempo con ilfattoquotidiano.it), drammaturga e regista.

Ilaria Lonigro, lei dirige uno spettacolo liberamente ispirato alla “Fattoria degli animali”. Quali sono l’attualità e l’urgenza nel 2022 di un’opera scritta negli anni Quaranta del Novecento?
La caccia al nemico, la rivoluzione, gli ideali traditi e la controrivoluzione, la propaganda, il potere come fine e non come mezzo. Più che di attualità parlerei di eternità. La storia del potere è ciclica, si ripete, all’infinito. E’ questa la traccia che sottende lo spettacolo. Una storia come questa era attuale nell’antica Grecia come ai tempi di Orwell e lo è ancora oggi.

Crede che il teatro civile possa avere ancora, nell’era di Netflix, Raiplay e canali tematici, un ruolo nella formazione di un sano tessuto sociale?
Solo se riesce a emozionare gli spettatori come in una giostra, con emozioni diverse e contrastanti. Se il teatro civile riesce a fare questo, a emozionare come sulle montagne russe, allora la risposta è sì, ha un potere nella formazione di un sano tessuto sociale perché può coinvolgere profondamente migliaia di persone di diverse età, che rimarranno “agganciate” emotivamente a lungo a quella storia e saranno poi portate ad approfondire e impegnarsi.

Come seleziona gli spettacoli da portare in scena?
Quando certe storie ci colpiscono in modo particolare e si prestano ad avere tanti personaggi e sottostorie al loro interno, allora sono potenziali spettacoli. Alcune volte sono storie vere, altre inventate da noi, cerchiamo di alternare di anno in anno spettacoli seri a cose più leggere.

Cosa dà la recitazione a un bambino o un ragazzino nel suo percorso di formazione? Qual è la sua esperienza di questi anni?
Sicurezza in sé, fiducia negli altri, esplorazione delle emozioni proprie e altrui. Se capisci l’intenzione di un personaggio, capisci meglio i comportamenti di chi ti circonda, li contestualizzi, questo aiuta un ragazzino a non venire travolto, ad esempio, da un rifiuto o un dispiacere. Ma soprattutto la recitazione amplifica la capacità di immaginare.

Fino a qualche anno fa dirigeva la compagnia Teatro Rumore insieme al suo compagno, Davide. Qual è, secondo lei, il testamento ideale che ha lasciato a lei e agli altri attori della compagnia?
Non prendersi mai troppo sul serio ma credere in se stessi e negli altri, dar loro fiducia, focalizzarsi sul bello di ciascuna persona. Non giocare mai in ritirata e, quando si è in dubbio, alzare il tiro e rilanciare. Trovare la propria unicità ed esprimerla, in due parole fare rumore, il rumore che dà il nome alla compagnia parla di questo. Impegnarsi tanto senza però dimenticarsi di divertirsi, o, come diceva lui, pariare.

Quanti spettacoli mettete in scena ogni anno?
L’appuntamento più importante è il nostro festival di giugno, quest’anno giunto alla sesta edizione, un festival che, nell’era pre Covid, era internazionale e spero che torni ad esserlo. Quest’anno sono sei i titoli, alcuni messi in scena più volte, per un totale di 10 performance. Ogni anno poi ci sono progetti extra, spesso in collaborazione con altre realtà locali, penso ad esempio, tra gli ultimi eventi, alle letture per l’anniversario del disastro ferroviario di Viareggio o agli spettacoli a sostegno della Oncoematologia Pediatrica di Pisa.

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Tutte le foto in questa pagina sono di Alfredo Scorza

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