Se hai tra i 18 e i 35 anni e stai pensando di trasferirti in una grande città per motivi di studio o di lavoro, devi sapere che la tua nuova vita potrebbe essere in salita. Lo certifica un’impietosa indagine del Sole24Ore che, incrociando 12 indicatori, dalla natalità ai servizi sul territorio, stila una classifica delle province italiane più o meno a misura di giovani. E il verdetto non è incoraggiante. Se Milano si attesta al 95esimo posto, la capitale riesce a far peggio piazzandosi a quota 105, davanti solo al sud Sardegna e alla triade Barletta-Andria-Trani. A pesare sono, ovviamente, gli affitti insostenibili (in questa categoria la capitale finanziaria è centesima mentre la città eterna ultima), i pochi matrimoni, un’età media al primo parto molto alta (le meneghine sono penultime) e la presenza di poche aree sportive in rapporto alla popolazione. Tra i parametri che incidono negativamente sugli altri capoluoghi come Venezia e Genova c’è poi la scarsa presenza di giovani amministratori comunali e la forte disoccupazione (a Napoli oltre il 40%). Anche sul tema del divario Nord-Sud non ci siamo: le ultime 30 province classificate sono tutte del meridione, colpa della scarsa percentuale di laureati e dei tanti che scelgono di trasferirsi.

In definitiva, la vita di un millennial resta una corsa a ostacoli anche nell’Italia dei migliori e, tutto sommato, va bene così. Ci avviciniamo al 2023 e alle prossime elezioni con un arco politico tipicamente distratto, per usare un eufemismo. I quasi 11 milioni di elettori under 35 con un’agenda potenzialmente fittissima, dal diritto allo studio agli affitti, come da tradizione scompaiono dalla campagna elettorale ancor prima del via. Tra chi agita lo spauracchio del servizio militare obbligatorio e chi invita le nuove generazioni al rischio e al sacrificio (i due Matteo sono una garanzia), pochi sembrano intenzionati a investire seriamente sui più giovani, snobbati quanto preziosi e determinanti. Gli over sono di norma una base più solida e sicura per i partiti – specialmente in Italia vista la situazione demografica – ma è dai millennials in giù, se non spinti all’astensione, che gli elettori sono mobili e sensibili alle nuove proposte politiche. Vedi l’exploit del Movimento 5 Stelle nel 2018 e prima ancora nel 2013, quando tra i 18-24enni ottenne oltre il 40% delle preferenze, e ora quello di Fratelli d’Italia che, secondo un sondaggio BiDiMedia, conquisterebbe la fiducia di oltre il 20% dei votanti sotto i 35 anni.

Ma le promesse sono sempre poche e per di più non mantenute. L’unico traguardo a scorgersi in lontananza è quello del salario minimo, fissato a 9 euro l’ora dal ddl a firma dell’ex ministra pentastellata Nunzia Catalfo che da mesi si trascina in Senato ricevendo picconate bipartisan. La misura dopo trent’anni di erosione dei salari interesserebbe quasi un under 30 su due e ora riceve il benestare europeo con una direttiva mirata a schermare i lavoratori a basso reddito dagli effetti della guerra in Ucraina. Nulla di fatto, invece, sul fronte del voto ai fuori sede, che secondo studi recenti inciderebbe del 30% sull’astensionismo. Usciamo da Comunali e referendum con la solita lagna sull’affluenza, quando oltre 4 milioni di elettori domiciliati fuori dalla propria regione restano penalizzati da una legge che non c’è. Poi vogliamo dare il voto ai sedicenni.

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