Il 13 maggio è l’anniversario della marcia delle donne. Siamo al 13 maggio del 1991, ai preparativi della Conferenza Nazionale Sovrana che avrebbe costituto la più grande opportunità democratica vissuta dal giovane stato del Niger fino ad allora. Le donne furono migliaia, quel giorno, a marciare fino alla sede della Primatura per esigere una più consistente rappresentazione femminile nella commissione preparatoria della Conferenza citata. L’anno seguente, il 25 novembre del 1992, la data del 13 maggio sarebbe diventata giornata nazionale della donna nigerina. La strada dell’emancipazione delle donne è affascinante.

La storia e la vita quotidiana del Paese passano da loro. In casa, al mercato, a scuola, all’ospedale, nelle cliniche, negli uffici statali, nei sindacati, tra i vigili e nelle Forze Armate, le donne rispondono “presente” all’appello. Più ancora, nelle zone rurali del Paese sono esse a trasformare terra e campi in opportunità di cibo per l’indefinita famiglia a loro carico. Legna, acqua, mercato, cucina e molto altro ancora costituiscono spesso la giornata, il passato e anche il futuro delle numerose donne contadine. Nel nostro stesso Paese, più ancora che altrove, coesistono vari paesi che sovente si ignorano o più spesso fingono di non conoscersi.

Secondo dati recenti della Banca Mondiale, infatti, il Niger, con un’economia poco diversificata, dipende dall’agricoltura per il 40 per cento del suo Prodotto Interno Lordo, Pib. Il livello dell’estrema povertà tocca, nel 2021, il 42 per cento della popolazione, circa 10 milioni. Il Paese si trova a gestire l’arrivo di rifugiati dalla Nigeria e dal Mali, entrambi per motivi di sicurezza. L’Ufficio di Coordinazione delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari ha recensito 250 mila rifugiati e oltre 276 mila sfollati. Molte ragazze, per motivi economici, si sposano prima di 15 anni.

Una particolare parabola di questi mondi che si passano accanto è costituito dalle “venditrici di sabbia”. Il settimanale dell’area di maggioranza politica, il Sahel Dimanche, in edizione speciale per la festa dei diritti delle donne nigerine, ne parla verso la fine del giornale. Si chiama Tagala il bastone portato sulle spalle coi due recipienti alle estremità, riempiti di sabbia raccolta alla riva del fiume Niger o in altri siti propizi. La sabbia o talvolta la ghiaia è raccolta, passata al setaccio per eliminarne le scorie e versata nei due secchi posti alle estremità del bastone e tenuti in equilibrio da corde. Poi si gira in città per vendere la sabbia.

Fa 200 franchi locali, circa 30 centesimi di euro alla “tazza”. Le donne che vendono la sabbia arrivano dai villaggi dei dintorni di Niamey ed è per sopravvivere al quotidiano che esercitano questo mestiere. Partono al mercato e vendono la sabbia ai muratori o ad altri acquirenti interessati al prodotto. Le donne in questione lasciano le loro famiglie al villaggio e cercano in città quel poco che serve per sfamare o prendersi cura della salute dei figli. Nella festa delle donne le venditrici di sabbia di Niamey sono, forse senza saperlo, qualcosa di unico. Appesi a corde, tenuti in equilibrio sulle spalle, i secchi contengono molto più della sabbia o della ghiaia. Sono un segno eloquente che il mondo, così com’è, riposa sulle spalle delle donne che lo costruiscono ogni giorno, di sabbia.

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