di Martina Martelloni

Superato il 60esimo giorno di guerra in Ucraina, la narrazione generale inizia a virare, a trovare altri punti di vista, dettagli e scenari da analizzare. Si parla di strategie militari, di apertura o chiusura negoziati, di invio di armi e posizionamenti politici degli Stati terzi. Ci si stufa presto della guerra e bastano poche settimane per smettere di osservare da vicino le storie di chi fugge, di chi riesce a raggiungere i confini e mettersi in salvo, lasciando spesso pezzi della propria vita dall’altra parte.

La Moldavia è uno dei paesi che sta accogliendo queste persone, il più povero dell’area geografica europea, con appena due milioni di abitanti e un’annosa e allarmante questione interna racchiusa nel territorio della Transnistria. Dal 24 febbraio, data di inizio del conflitto, sono più di 425mila le persone arrivate in Moldavia, di cui il 40% è rimasto nel Paese. I tre quarti dei rifugiati sono stati accolti in famiglia o tramite reti informali, mentre la parte restante è stata accolta in edifici messi a disposizione dal governo. La Moldavia è al momento il Paese con il maggior numero di rifugiati accolti in rapporto alla popolazione locale. Palanca e Tudora sono due tra i valichi di frontiera che separano la Moldavia dall’Ucraina, la posizione geografica a sud-est li colloca molto vicino alle città di Odessa e di Mykolaiv, dove nelle ultime settimane stanno aumentando le persone in fuga a seguito dell’intensificarsi degli attacchi. Una volta superato quel confine, chi fugge trova un primo soccorso da parte dei volontari e delle organizzazioni umanitarie presenti sul posto.

“Le persone arrivano molto agitate. Hanno paura di perdere l’autobus che le porterà via dalla frontiera, hanno ancora addosso l’ansia del viaggio fatto e di quello che hanno vissuto. Quando arrivano qui non riescono neppure a guardarmi negli occhi”, racconta Paola Giurdanella, medico della ong Intersos che dal 4 marzo ha avviato interventi sanitari e di sostegno psicosociale al punto di confine di Palanca. “Mi chiedono direttamente la medicina, una medicina specifica, magari per un trattamento cronico ma poi faticano ad aprirsi, a parlare con me”, spiega Paola.

Chi fugge si porta addosso immagini strazianti, un peso che nel viaggio si somma a quello dei bagagli. Il peso dell’abbandono, della paura e dell’incertezza. Lasciare persone, affetti, la propria casa o quel che ne è rimasto. C’è un prima e un dopo la data del 24 febbraio: “C’è smarrimento e disorientamento nei loro volti, il presente è qui ma loro sono ancora nel passato, nella guerra”, racconta ancora Paola Giurdanella. “Io cerco subito di riportarli qui con me, nel qui ed ora, mi presento, li tranquillizzo, e solo dopo inizio la visita.”

Una visita medica in contesti simili significa anche molto altro: vicinanza, ascolto, empatia. Quello che emerge dal punto di vista clinico è un generale stato di ansia, ci sono persone che arrivano perché hanno bisogno di controllare la pressione, il battito cardiaco accelerato o lo stato delle proprie patologie croniche per le quali non sono riusciti in viaggio a seguire la terapia. “In Ucraina non ci sono solo i rischi dovuti alle armi. Le difficoltà per chi è rimasto sono moltissime: le farmacie, per esempio, stanno finendo le loro scorte e le persone hanno difficoltà a reperire le medicine e a seguire le cure mediche”, continua Paola.

Sono tantissimi i bambini che ogni giorno superano la sbarra che separa il territorio ucraino da quello moldavo. Tenuti per mano dalle madri o dalle nonne, mantengono un passo svelto e quasi meccanico per stare dietro al ritmo dell’adulto. Anche loro si portano dietro traumi difficili da rimuovere, ansia e smarrimento. “C’è il caso di un bambino che mi ha colpito tantissimo – ricorda la dottoressa Giurdanella – era stato portato da me nella clinica mobile perché aveva le labbra irritate e i familiari mi hanno chiesto un burrocacao. Visitandolo però mi sono resa conto che aveva tutto intorno alla bocca una forte dermatite. Solo dopo aver parlato con lui e con il padre, siamo riusciti a capire che il bambino aveva perso la madre una settimana prima e che da quel momento aveva iniziato ad avere una reazione nervosa incontrollata, aveva cominciato a leccarsi le labbra di continuo e a mangiare costantemente le unghie che erano ormai così corte da provocargli dolore alle dita”.

Marco Buono, capo missione Intersos in Moldavia, descrive il contesto umanitario lanciando un allarme proprio sulle capacità del paese di sostenere, nel lungo termine, l’accoglienza del popolo ucraino: “Palanca è la porta per fuggire dalla guerra, il governo moldavo sta facendo l’impossibile per accogliere le persone, cercando di rimuovere gli ostacoli burocratici e semplificando le procedure per fornire assistenza. Le risorse però sono limitate. Il Paese – spiega Buono – è già fortemente fragile economicamente, la disoccupazione è altissima, motivo per cui la maggior parte della popolazione moldava è emigrata all’estero, e la preoccupazione che possa crollare è davvero forte”.

Si teme che un’emergenza umanitaria locale possa esplodere a seguito dell’attuale crisi umanitaria dell’Ucraina in guerra.

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