Milano accoglie le ballerine e attrici di domani dall’Ucraina. Il linguaggio del corpo e della scena è universale. E’ bastato il passaparola fra docenti, gli appelli nei gruppi di chat private, i contatti storici fra istituzioni accademiche e scuole in cui si studiano le arti dello spettacolo per creare progetti istantanei di accoglienza degli studenti ucraini in Italia. Non solo accoglienza ma concrete possibilità di studio.

Così, alla spicciolata e quasi all’improvviso, i centri di alta formazione artistica del nostro Paese hanno cominciato ad accogliere allievi ucraini nelle loro classi. Senza squilli di trombe. Perché l’arte non ci appartiene. La danza e il teatro sono del mondo. Di chi è vissuto ieri, vive oggi e vivrà domani. I più piccoli, per fare l’esempio dell’Accademia del Teatro alla Scala e dell’Accademia Ucraina di Balletto, sono arrivati accompagnati dalle loro mamme. I più grandi, come accaduto alle Scuole Civiche di Milano di cui fa parte la Paolo Grassi, da soli. Con i trolley e il loro bagaglio immateriale di esperienze. Non solo nel capoluogo lombardo ma in tante altre città italiane.

Problemi di idioma? Italia e Ucraina in questo caso parlano una sola lingua: quella dell’arte coreutica e del teatro. Un linguaggio universale che mostra ancor di più la sua forza nel momento drammatico che viviamo. L’Accademia del teatro alla Scala ha accolto subito nella Scuola di Ballo piccole danzatrici ucraine fuggite dalla guerra. Con le loro famiglie. Sono bambine fra gli 8 e i 14 anni inserite nei corsi di propedeutica e in quelli professionali. Vengono dalle accademie di danza di Kiev, Karkhiv e di altre città. Per raggiungere Milano hanno affrontato un viaggio lungo e pericoloso. Tutte hanno trovato spazio nella scuola primaria. La prima mail di richiesta di aiuto? “E’ del 5 marzo. Ma ne sono seguite altre venti e continuano ad arrivare”, spiega il direttore Frédéric Olivieri. Che aggiunge: “Non c’è stato bisogno di audizioni, erano tutte allieve preparate. Sono state inserire nei corsi idonei”. Il Teatro ha anche istituito un conto corrente per le loro esigenze pratiche, e ha trovato loro alloggio con le associazioni di volontariato.

Stessa situazione per l’Accademia Ucraina di Balletto, nata nel 2005 a Milano su proposta dell’omonima sede di Kiev. All’inizio delle ostilità fra Ucraina e Russia l’Accademia ha contattato le persone ancora residenti nella capitale, che in passato avevano contribuito alla nascita e alla creazione della sede italiana. Irina Skrypnik, insegnante ucraina, è stata la prima ad arrivare. Ha vissuto per un periodo nella metropolitana di Kiev e appena arrivata ha indirizzato all’Accademia molte delle sue allieve fuggite dalla capitale ucraina. Il risultato? Oggi sono presenti 18 allievi provenienti da Kiev, con almeno un genitore o un parente, per un totale di quasi 40 persone ospitate. Alcuni nuclei familiari alloggiano nell’istituto delle Marcelline dove, oltre agli Arcimboldi, ha sede l’accademia. Altri hanno trovato accoglienza in famiglie. “Docenti russi, ucraini, moldavi, bielorussi e italiani lavorano insieme da sempre”, spiega la direttrice Caterina Calvino Prina. Insomma, il nostro è un centro dove l’incontro fra nazionalità è pratica quotidiana di insegnamento”.

Ma il tutto è gestito con grande garbo. “Al teatro degli Arcimboldi di Milano – prosegue Calvino Prina – andremo in scena il 30 aprile e 1 maggio con ‘Coppelia’ e ‘La Bella Addormentata’. Gli spettacoli saranno danzati dagli alunni italiani ma agli ospiti abbiamo dato, in piena libertà, la possibilità di scegliere se prenderne parte o meno”. La filosofia dell’Accademia? Permettere agli ospiti ucraini di continuare a studiare danza, per portare avanti una pratica di normalità. Il loro desiderio però è uno solo: quello di tornare a casa. “Nonostante siano stati accolte dalle famiglie, nonostante studino italiano e si aiutino con Google Translate, il loro desiderio è che la guerra finisca per poter rabbracciare nonni o papà che sono rimasti a Kiev”, conclude la direttrice.

Un po’ più difficile, per l’età e per la lingua, è stata l’accoglienza di una dozzina di studentesse nei corsi di alta formazione della Fondazione Milano Scuole Civiche. Tutte maggiorenni. Tutte arrivate da sole. Alcune senza nulla, neppure i soldi per comprare una scheda telefonica e chiamare i famigliari rimasti in Ucraina. Con loro, solo la passione per il teatro e la preparazione acquisita in patria. Provengono da diverse regioni dell’Ucraina e da scuole come l’University of Art and Culture e la Cyrcus and Performing Art di Kiev. Lo scoppio della guerra ne ha stravolto le vite, ne ha minacciato sicurezza e prospettive future. Perché la loro destinazione è stata Milano? Il regista e pedagogo italiano Matteo Spiazzi, che ha avuto fra i suoi maestri in passato i docenti della Scuola Paolo Grassi, stava per debuttare a Kiev in un nuovo spettacolo. La data? Il 25 febbraio. Ma è andata in scena la guerra. Allora, senza perdere tempo, l’artista ha indirizzato a Milano tutte le sue allieve del posto.

Ora studiano recitazione, regia, danza contemporanea e musica, in quello che è un polo universitario a tutti gli effetti e dà la laurea triennale al termine del percorso. Si approfondiscono le discipline della musica alla scuola Claudio Abbado, del teatro alla Paolo Grassi, del cinema alla Luchino Visconti. Il primo giorno di scuola? E’ volato fra lezioni pratiche in inglese con i docenti dei vari corsi. Due sono state inserite nel percorso del primo anno del corso di recitazione, quattro nel corso di danza contemporanea, tre nel corso di regia teatrale, tre sono attese nella scuola di musica. Come fanno con la lingua? In questo caso la soluzione è stata immediata. Fra le scuole civiche della Fondazione milanese c’è anche quella per interpreti e traduttori Altiero Spinelli. Quindi si fa tutto in casa attraverso risorse interne. E poi ci sono le borse di studio, che coprono vitto e alloggio, trasporti, schede telefoniche e beni di prima necessità.

“In questa grave emergenza – spiega la direttrice generale Monica Gattini Bernabò – abbiamo costruito un progetto concreto di accoglienza e formazione delle studentesse ucraine, che studiano con giovani della stessa età e con le stesse passioni”. E aggiunge_ “Abbiamo incoraggiato anche le altre realtà del network europeo Europe Union of Theatre School and Academies, di cui facciamo parte”. Un futuro ancora possibile? Il docente Paolo Giorgio è ottimista: “Seguono il calendario accademico normale. Sono inserite a tutti gli effetti in questa nostra realtà, senza distinzione dagli altri studenti”. Una sorta di politecnico delle arti che solo per il corso di recitazione della Paolo Grassi riceve 600 domande d’ingresso all’anno e ne accetta soltanto quindici.

La scuola teatrale dell’Est europeo è rigorosa, nella danza, nella regia e nella recitazione , l’utilizzo di un metodo translinguistico ci sta aiutando molto nell’integrazione”. Pesa anche l’aspetto emotivo. Le loro famiglie sono rimaste là. Hanno lasciato genitori e fratelli – interviene Bernabò – Sentono il bisogno di esprimere la loro storia. Di raccontare il dramma che stanno vivendo attraverso gli strumenti del teatro”. Immaginano, forse, di costruire un loro lavoro di teatro-documento. Noi le lasciamo fare. Nessuno sa quanto andrà avanti questa guerra. Nel frattempo i ragazzi della scuola hanno ceduto loro i biglietti acquistati per alcuni spettacoli milanesi. “In questo momento sono loro, più di noi, ad aver bisogno di stimoli positivi, di scoprire la città e la sua offerta culturale”, hanno detto.

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