Un piccolo film tunisino che parla al mondo intero. Un figlio, di Mehdi Barsaoui, è uno di quei titoli da sezioni collaterali festivaliere (era ad Orizzonti – Venezia 2019) che impone una pluririflessione tematica in maniera sinuosa ed ellittica senza mai trascurare la forma con cui la si vuole veicolare. Atmosfera rilassante e distesa quella delle vacanze di una coppia borghese nel sud della Tunisia (siamo dalle parti di Tataouine, se non abbiamo capito male) nel settembre del 2011.

Fares (Sami Bouajila) entra in scena sul suo Range Rover mentre fa usare il volante al figlio Aziz seduto sulle sue ginocchia. Ad accoglierli ad un pic-nic c’è la bella Meriem (Najla Ben Abdallah) e un gruppo di amici chiaramente laico e moderno nei costumi e nelle parole usate, anche un po’ spinte, per chiacchierare. L’idea, un po’ alla Sundown di Michel Franco (attenzione Franco è arrivato due anni dopo, ma è per capirci), è che la raffinata coppia in jeans e magliettina, ultimo modello iPhone, stanze d’albergo pulite ed ordinate, sia come protetta dal loro status socio-economico in una terra genericamente arretrata a livello culturale e reddituale. Tempo una decina di minuti e il giretto in automobile tra le dune meridionali tunisine, con coretto familiare sulla musica proveniente dall’autoradio (forse l’unico brano diegetico ed extradiegetico del film) diventa una istantanea e tragica imboscata. Ricordiamo che siamo nel settembre 2011 vicini al confine con la Libia, quindi storicamente tra la caduta del secolare presidente tunisino Ben Alì e l’assassinio del dirimpettaio Gheddafi. Insomma, da quelle parti imperversano bande armate nel caos tribale di una zona a rischio.

Un finestrino va in frantumi, un po’ come il fran di Baricco, ed inizia l’odissea ospedaliera tra sale operatorie e terapie intensive per il piccolo Aziz colpito al ventre e con il fegato spappolato. Attenzione però, Barsaoui non srotola tutte le potenzialità drammaturgiche del suo film sull’attesa spasmodica di un complicatissimo e salvifico trapianto per il bambino, ma è nella sovrapposizione e nell’intrecciarsi di sottotesti socio-antropologici ed etico-giuridici che sfodera una grinta e un coraggio risolutivo di indubbia serietà e qualità. Già perché grazie a rapidi esami del sangue per capire chi donerà parte di fegato tra padre e madre, si scopre che Fares non è il papà di Aziz. O meglio, Meriem lo sa e lo sapeva anche prima ed ora il nodo sentimentale verrà al pettine proprio per salvare il proprio figlio. Come se non bastasse quando Fares lo viene a sapere, anche se accecato dall’ira, potrebbe perfino denunciare la moglie per adulterio e farle passare guai pesanti.

Lasciamo quindi penzolante questa linea del racconto perché qui si aggiunge un ulteriore tassello: le leggi sui trapianti di organi in Tunisia risentono di diversi impedimenti legati a precetti di origine religiosa (musulmani), quindi per aggirare la lista dell’ospedale pubblico, Fares si fiderà di un centro privato e clandestino che non cela solo delizie funzionali ma soprattutto un traffico di bimbi e di organi da fare spavento. Insomma, la corda pizzicata e vibrante del pathos regge l’intera ora e ventotto minuti, mentre la regia di Barsaoui persegue una immediatezza naturalistica e una tesa prossimità della macchina da presa ai corpi dei protagonisti che ricorda i migliori esempi di cinema veritè europeo (Dardenne, in primis). Bouajila di origine libico tunisina è un’affermata e premiata star d’oltralpe e si staglia con potente e ispido carisma in questo continuo dentro/fuori tra l’ospedale e le strade nel deserto con l’inquadratura tipo di Un figlio, ovvero quella semisoggettiva navigatore o appena poco dietro il seggiolino anteriore dell’auto che elettrizza e fa palpitare un altrimenti osservazione con figura di un immobilizzato esterno giorno.

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