Geni del cinema e dell’intelletto o maramaldi provocatori? Per noi, dopo Finale a sorpresa (Competencia Official, in originale), dal 21 aprile nelle sale italiane grazie a Lucky Red, i registi argentini Gaston Duprat e Mariano Cohn si affermano definitivamente nella prima categoria. Chi ha visto Il cittadino illustre e Il mio capolavoro sa che Duprat&Cohn girano sempre comicamente e cinicamente attorno a un rovello etico-artistico, modello Alberto Sordi e Anna Longhi alla Biennale in Dove vai in vacanza: esiste un canone per definire la riuscita o meno di un’opera d’arte? In finale a sorpresa sotto la lente d’ingrandimento finisce oltretutto la recitazione dell’attore, quindi la suprema arte della finzione. Tutto comincia quando un volgare e anziano miliardario spagnolo del mondo farmaceutico sente la necessità di produrre un film per essere ricordato non solo per la sua attività imprenditoriale.

Lo script che vede al centro la storia di due fratelli completamente agli antipodi richiede un cast artistico d’eccezione, tanto l’eccentrico produttore non bada a spese: dietro la macchina da presa c’è Lola Cuevas, regista lesbica egocentrica, visionaria ed impegnata (Penelope Cruz con parrucca riccia rossa e peli sotto le ascelle); mentre a recitare vengono chiamati Felix Rivero, il grande attore popolare che si dà un sacco di arie (Antonio Banderas versione puttaniere atletico intramontabile); Ivan Torres, il maestro del palcoscenico con dolcevita ora docente moralmente incorruttibile in una scuola laboratorio sottoscala (Oscar Martinez, attore feticcio del duo Duprat&Cohn). Dal momento che parte la convocazione per la lettura del copione nell’abitazione/studio della regista, uno spazio infinito dalle stanze con soffitti altissimi, pareti di vetro e muri a perdita d’occhio, il duetto tra Felix e Ivan, nonché la triangolazione con Lola e le sue richieste modello prove psicologiche, iniziano in punta di fioretto poi, dopo settimane passate a recitare ogni battuta, diventano fendenti di sciabola, colpi di pistola, cannonate, perfino azioni estreme macchiate di sangue.

Le due dimensioni differenti dello stesso lavoro d’attore celano sarcasticamente odio e fastidio l’una per l’altra inclinandosi definitivamente sul piano dell’ipocrisia che, paradossalmente, tanto ci ammalia da spettatori. Nulla di realistico o verista. In Finale a sorpresa – titolo italiano peregrino perché le sorprese sono tante prima del finale – si lavora su una messa in scena istrionicamente astratta e straniante con il duo Duprat&Cohn che non vuole di certo fare il verso ad una corrente ideologica specifica su cosa è bello o brutto nell’arte, ma fare le pulci anzi scartavetrarle tutte e due (la protervia del bizantino intellettualismo a tutti i costi come la grossolanità che accompagna i prodotti a buon mercato) affidandosi ad un parossistico, estremo, cortocircuitato registro comico, provocazione radicale sulla vita, sulla conoscenza, sull’esperienza professionale, perfino sulla malattia. Cast clamoroso, anche se forse la performance di Banderas viaggia una tacca di sadismo sopra le altre.

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