La Francia ha preso una posizione netta, con Emmanuel Macron che si è rifiutato di seguire gli Usa nelle accuse di “genocidio” alla Russia: “Voglio cercare il più possibile di continuare a essere in grado di fermare questa guerra e ricostruire la pace, quindi non sono sicuro che l’escalation delle parole serva alla causa”, ha detto il capo dell’Eliseo. Anche la Germania si è smarcata dall’asse Washington-Kiev: il cancelliere Olaf Scholz ha definito “irritante” il rifiuto del governo ucraino di ricevere la visita del presidente federale Frank-Walter Steinmeier, accusato di aver tenuto rapporti troppo stretti con il regime di Vladimir Putin. E l’Italia? Dall’inizio della guerra Mario Draghi non ha mai preso posizioni distinguibili dal verbo atlantista, nonostante i media lo dipingessero come il predestinato a succedere ad Angela Merkel come leader de facto della politica europea. E nonostante gli interessi europei – come ricordano gli analisti più attenti – confliggano in pieno con quelli americani: gli Stati del Vecchio continente tifano per una soluzione negoziale, mentre la Casa Bianca vorrebbe sfruttare la crisi per imporre un cambio di regime a Mosca e rafforzare la Nato in funzione anti-cinese.

Il governo italiano, però, finora non si è atteggiato di conseguenza. A differenza di Macron o Scholz, che hanno sempre voluto tenere aperti i canali diplomatici, Draghi non si è mai smarcato da Joe Biden, protagonista di uscite che hanno avuto come effetto quello di esacerbare la tensione col Cremlino. Il nostro Paese, inoltre, è stato tra quelli che hanno imposto le sanzioni economiche più pesanti, nonché tra i più solerti a deliberare l’aumento progressivo delle spese militari fino al 2% del Pil come richiesto dall’Alleanza atlantica.

D’altra parte, fino a poco fa, anche nelle dichiarazioni dei leader di partito si fatica a trovare contenuti diversi da un’adesione acritica alla linea degli Usa. L’esempio più facile è quello del segretario Pd Enrico Letta, che fin dal primo giorno di conflitto si è schierato a favore dell’invio di armi, di sanzioni più dure possibili e della rottura di ogni dialogo con la Russia. Persino lui, però, negli ultimi giorni ha dovuto aggiustare il tiro: “Un presidente della Repubblica di un Paese europeo non può essere considerato persona non grata da un Paese candidato ad entrare in Europa”, ha detto a proposito del rifiuto di Kiev di accogliere Steinmeier. E sull’accusa di genocidio si è allineato a Macron: “Anch’io non avrei usato quei termini“. Anche il leader M5S Giuseppe Conte – al netto della battaglia “di bandiera” per spalmare al 2028 gli investimenti nelle spese militari – non ha mai messo in discussione la politica sanzionatoria nè l’invio di armi da parte dell’Italia. Mentre dai partiti di centrodestra l’imbarazzo per i passati rapporti con Putin rende difficile una partecipazione serena al dibattito.

Paradossalmente, la posizione meno guerrafondaia è a tratti quella di Matteo Renzi, che sembra voler seguire la strada tracciata da Macron, il suo più solido riferimento all’estero. Il leader di Italia Viva ha più volte rilasciato dichiarazioni fuori dal coro: è stato uno dei pochi, ad esempio, a riconoscere che “ci vuole la tregua e la tregua va fatta con i russi. Se vuoi risolvere il problema devi a tutti i costi fare un accordo e per farlo l’Europa deve valorizzare di più questa capacità diplomatica che nell’ultimo periodo non è emersa come avrebbe potuto e dovuto”, ha dichiarato. Lanciando persino – con una certa dose di ingenuità – il “modello Trentino-Alto Adige” per la regione contesa del Donbass. D’altra parte nemmeno Renzi è del tutto “vergine” per quanto riguarda i rapporti con il mondo russo: tanto che all’indomani dell’invasione aveva dovuto lasciare il consiglio d’amministrazione di Delimobil, la maggiore società di car sharing del Paese, di cui era membro da ottobre 2021.

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