Tutto ebbe inizio qui, nel 2014, e qui, forse, la guerra potrebbe finire. La “battaglia finale”, quella che dovrebbe decidere le sorti dell’intero conflitto, si giocherà in Donbass. Non è più un mistero che sulla regione sud-orientale si stiano concentrando le mire di Mosca e conseguentemente lo stesso riposizionamento delle truppe ucraine. La lunga colonna con oltre cento carri armati e numerosi mezzi di artiglieria in avanzata da Kharkiv, più a Nord, verso l’obiettivo strategico del Cremlino è stata documentata dai satelliti ma oltre ai tank e ad altri equipaggiamenti sarebbero in arrivo almeno diecimila soldati che hanno combattuto nell’area di Kiev e forse il doppio o il triplo da Belgorod, la prima città russa subito dopo il confine.

Abbandonate le mire sulla capitale, Putin sposta l’obiettivo su quel che resta di Mariupol e tutto il Donbass. Impresa che non si presenta agevole, come peraltro non lo sono state le sette settimane trascorse dal 24 febbraio. Una parte della regione si è dichiarata indipendente otto anni fa e da allora non si è mai smesso di combattere ma il territorio che Mosca vorrebbe conquistare per chiudere la partita è ben più corposo. I separatisti di Donetsk e Luhansk controllano oggi la parte più a Sud, a poca distanza dal Mare d’Azov e dal confine con Rostov ma da quando è iniziata l’invasione l’esercito russo, con l’aiuto delle due autoproclamate repubbliche, è avanzato ben poco.

Si è preso i territori a ridosso della frontiera e tutta la striscia di terra che risale per 3-400 chilometri fino alla periferia orientale di Kharkiv, ma sono aree poco abitate e di scarso interesse politico ed economico. I quattro centri più importanti del Donbass, attorno ai quali si combatté aspramente già nel 2014 ma che poi ritornarono in mani ucraine, sono ancora sotto il controllo di Kiev. Si tratta delle città poste più a Nord e che formano una sorta di rettangolo geografico: Sloviansk e Kramatorsk da un lato e Severodonetsk e Lysychansk dall’altro. Mezzo milione di abitanti concentrati solamente nei quattro capoluoghi, che assieme alla cinta urbana arrivano a quasi un milione. E’ qui il cuore della regione ed è qui che Mosca sta concentrando le proprie energie da una settimana bombardando giorno e notte, distruggendo infrastrutture, scuole, ospedali e provocando la morte di decine di civili. Ma i risultati, per ora, sono detriti e macerie e non bandierine appuntate sul terreno. Una situazione non molto dissimile da quanto più a nord sta capitando a Kharkiv, che da quasi cinquanta giorni è sotto il tiro dei missili ma dove i russi non sono riusciti ad entrare.

L’obiettivo di Putin sarebbe quello di accerchiare le truppe ucraine, che qui hanno mobilitato una parte consistente dei propri effettivi fin dal 24 febbraio: sarebbero quasi 90mila i soldati di Kiev posizionati in questa regione. Mosca punta a risalire da sud e quindi da Donetsk, Luhansk e dal mare e contemporaneamente a scendere da Izyum, nella parte più settentrionale del Donbass, quasi completamente distrutta dopo i furiosi combattimenti di queste settimane. Proprio qui potrebbero confluire gli oltre cento carri armati fotografati vicino a Kharkiv, i diecimila soldati in arretramento da Kiev ed i nuovi battaglioni da Belgorod, Kursk e Voronez. Ma se Mosca rinforza le proprie truppe, anche Zelensky ed il suo stato maggiore hanno annunciato che sono “pronti alla battaglia finale” e rispetto ai russi sono galvanizzati dai successi militari fin qui ottenuti.

Anche in Donbass, ricchissimo di carbone e minerali ma con buona parte delle miniere abbandonate, infrastrutture fatiscenti e una fortissima emigrazione giovanile verso ovest ed in parte minore verso la Russia, la resistenza della popolazione – oltre alle armi – potrebbe fare la differenza. E’ innegabile che una parte consistente degli abitanti, di lingua russa e con molti parenti al di là del confine, non fosse particolarmente incline ad alcuni eccessi nazionalisti di Kiev ma l’invasione ha cambiato gli umori anche in quest’area così periferica dalla Capitale. La cosiddetta campagna militare per salvare i “russofoni” si è trasformata in un ricompattamento dell’Ucraina, da occidente ad oriente. Mai il Paese era stato così unito. E mai prima di allora lo stesso Donbass si era scoperto così lontano da Mosca.

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