Addio a Gianni Cavina. Uno dei tre assi, con Carlo Delle Piane e Lino Capolicchio, del cinema spurio, inquieto, fantasmagorico di Pupi Avati tra gli anni ’70 e ’80. Cavina è morto nella sua Bologna ad 81 anni la scorsa notte dopo una lunga malattia. A darne notizia Antonio Avati, fratello di Pupi, produttore e sceneggiatore di tanti film di Avati, e con cui Cavina collaborò assiduamente quasi a rendere la fucina avatiana di genere un lavoro costantemente a tre: Pupi, Antonio, Gianni. Formatosi a teatro a Bologna nei primi anni sessanta, Cavina aveva poi esordito al cinema nel 1968 in Flashback di Andreassi (film peraltro in concorso a Cannes) e nell’opera prima di Avati, Balsamus- L’uomo di Satana. Letteralmente una follia horror grottesca dal mirabolante excursus produttivo, girata nella provincia bolognese e sceneggiata, tra gli altri, da Giorgio Celli.

Cavina sale così sul treno del cinema di genere che Avati produce come un matto per almeno una decina d’anni con risultati incredibili. Cavina non si perde mai un titolo di Avati, mostrando doti di istrionismo uniche, spaziando da tonalità comico lunatiche impulsive, ad una inquietudine orrorifica, fino ad una specie di malinconica trasandatezza con cicca da porto delle nebbie di noir francese. E anche se Cavina risulta sempre coprotagonista, con quel suo sornione cornicione e quel viso largo, gommoso, segnato, sottolinea ancora di più come nei film Thomas e gli indemoniati (1970); La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1975); La casa dalle finestre che ridono (1976, apice dell’horror avatiano); Bordella (1976); Tutti defunti tranne i morti (1977); Le strelle nel fosso (1979, cercate questo insano e depravato film “in costume”), siano il tocco dell’autore, la coralità di messa in scena, l’amalgama di un’atmosfera sui generis, ad essere vincenti e popolari nel cinema stupefacente di quegli anni.

Negli anni settanta l’attore bolognese che vive nel suo ordinario appartamento a pochi passi dalla stazione di Bologna diventa il jolly di decine di produzioni, anche francesi, tra queste è coprotagonista di Buttiglione diventa capo del servizio segreto recitando con il mito comico Jacques Dufilho; con Paolo Villaggio in Quando c’era lui…caro lei!, film sceneggiato da Oreste del Buono; recita con Tognazzi e Sordi, ed è marito della Sandrelli ne L’ingorgo di Luigi Comencini; si presta sul set dell’altro bolognese, Paolo Cavara, sia in Atsalut Peder che La locandiera. La popolarità dell’attore è così diffusa che oltre alle mini serie di Avati (Jazz Band, Dancing paradise – Cavina aveva partecipato anche nel celeberrimo Il Mulino del Po nel ’71 di Sandro Bolchi), sempre per la Rai nel 1982 è perfino conduttore di un mini varietà, Le Regine, dove canta (ha anche inciso alcun 45 giri che si trovano in rete ndr), balla e intervista star italiane come la Vitti, Paola Pitagora, Paola Borboni, Valeria Moriconi, Loretta Goggi. Gli anni ottanta per Cavina sono la definitiva consacrazione sia al cinema, dove torna ad essere parte del coro avatiano soprattutto in Regalo di Natale (1986), attorno a quello storico tavolo da poker (Abatantuono, Haber, Delle Piane, Eastman) e in Festival (1987), come in televisione. È l’epoca in cui diventa uno, degli allora ancora rari, poliziotti seriali da prime time, interpretando L’ispettore Sarti, serie girata a Bologna in mezzo ad omicidi, furti e anche un certo bengodi, che finirà in prima serata Rai con oltre 4 milioni di spettatori a puntata.

In Sarti, Cavina è come al suo zenith professionale: quell’allure padana, apparentemente bonaria ma spesso tagliente e ruvida, dove non manca la fisicità budspencieriana di ceffoni, pugni e pistole puntate. Nel 1997 è nel cast del contestato Porzus di Renzo Martinelli, sull’uccisione di 17 partigiani della Brigata Osoppo da parte di partigiani gappisti. Nel 1999 Avati gli regala il ruolo più struggente di una lunga serie di collaborazioni ne La via degli angeli, dove Cavina corre su e giù per le colline bolognesi a raccogliere i soldi per la serata di ballo. E ancora tra il 2013e il 2015 Riccardo Milani lo vuole nella serie Rai, Una grande famiglia, come capofamiglia dei ricchi industriali lombardi Rengoni, protagonisti dell’opera con le loro trame familiari. Così a occhio, non crediamo la sua amata Bologna gli tributerà chissà che, anche se lo meriterebbe ad occhi chiusi. Cavina non era avvezzo a smancerie e convenevoli, come a conventicole di partito.

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