Ogni quattro anni, con le estati olimpiche a riempire giornali ed esultanze, spunta qualche atleta che dal semi anonimato passa alla gloria. Questione di minuti: di prestazioni più o meno perfette che valgono le medaglie ai Giochi e l’ingresso nella ristretta categoria degli sportivi che ce l’hanno fatta. Di solito succede nelle discipline minori, definite così a causa dell’insopportabile vizio di pesare l’importanza di uno sport in base al seguito di pubblico. Ma tant’è. Non è questo il punto. Fatto sta che da essere nessuno, diventi un Dio. Per qualche giorno. E approfitti della ribalta mediatica. E ripensi a tutti i sacrifici fatti. E partono i ringraziamenti. Fateci caso: il primo grazie di solito è per “il mio maestro, quello che ha creduto in me e mi ha spinto a continuare nonostante le difficoltà”. Ecco: i primi maestri, quelli che insegnano sport, che crescono uomini e donne per farli diventare campioni. Vogliamo raccontarli così: capire il loro modo di intendere la competizione, scoprire i loro metodi, conoscere i loro aneddoti, sapere da chi hanno imparato. Ci saranno maestri noti e meno noti, espressione di discipline con grande o poco seguito. Unico comune denominatore: loro sono lo sport che insegnano e che hanno contribuito a migliorare. (Pi.Gi.Ci.)

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“Non chiamatemi maestro, io non mi sono mai sentito tale. Ai miei tempi ho avuto tanti colleghi che si sono riempiti la bocca in modo da diventare star nel mondo del calcio senza essere umanamente di grande valore. Io ho sempre preferito non vendere fumo, non ho enfatizzato i successi e non mi sono preoccupato troppo delle sconfitte. Ho lavorato molto, studiato e imparato dagli allenatori che ho avuto quando giocavo, ma non ho mai copiato nessuno”. Nevio Scala – classe 1947 di Lozzo Atestino nei colli euganei, dove oggi ha un’azienda agricola, gestita con i figli – ha vinto molto come tecnico negli anni Novanta e Duemila, in Italia e all’estero. Il 5-3-2 è stato il suo marchio di fabbrica, modulo brevettato a Reggio Calabria e reso famoso a Parma.

“Avevo allenato cinque anni nel settore giovanile del Vicenza con idee che mi ronzavano in testa senza applicarle perché i giovani bisogna lasciarli liberi di esprimersi, senza indottrinarli con troppi discorsi tattici. Il 5-3-2 nasce a Reggio Calabria, un modulo che avrei utilizzato in tutta la mia carriera eccetto con lo Spartak perché a Mosca non avevo gli uomini giusti per farlo. Alla Reggina trovai i calciatori adatti, soprattutto fu fondamentale il rapporto con i miei giocatori con cui parlavo di tutto. Poi decidevo io”.

A Parma fu lo stesso?
“Sono stato fortunato perché ho trovato calciatori intelligenti e disponibili. Dissi loro: se voi riuscirete ad accettare i miei limiti e quelli dei compagni, vinceremo. Ho lavorato molto sull’aspetto psicologico. Uno del mio staff era fidanzato con una psicologa e ogni tanto mi suggeriva qualche intervento in spogliatoio. Ricordo che facevamo anche piccoli test per scegliere i giocatori da mettere nella stessa camera in ritiro. In generale mi sono sempre confrontato con i collaboratori Vicenzo di Palma e Ivan Carminati”.

Ci racconti di quella squadra che seppe vincere Coppa Italia, Supercoppa Europea, Coppa delle Coppe e Coppa Uefa.
“Sulle fasce c’erano Benarrivo e Di Chiara e quindi in fase d’attacco il modulo si trasformava in un 3-5-2. La squadra giocava a zona e aveva in Minotti un centrale difensivo che sapeva giocare a pallone, sistemandosi leggermente indietro rispetto ai due marcatori Apolloni e Grun. Quando ci avvicinavamo alla nostra area, ognuno si teneva il proprio uomo. Il fuorigioco veniva fatto sì, ma non in maniera sistematica. Un gruppo il cui segreto era lo spogliatoio: con Taffarel e Asprilla era impossibile rimanere seri. Mi sono divertito molto ad allenare quel Parma”.

Un giocatore fondamentale dei gialloblù?
“Direi Zoratto, ma anche Grun è stato un calciatore intelligentissimo. Certe situazione di gioco tatticamente le gestiva lui. In seguito non è diventato allenatore per scelta sua. Io non ho mai fatto progetti sui miei calciatori. Dicevo loro che fare il mister è un mestieraccio. Apolloni, Cuoghi, Pizzi… qualcuno lo è diventato e magari avranno preso qualcosa dal mio modo di gestire la squadra, non so”.

Torniamo ai suoi maestri…
“Il primo è stato Liedholm. Giocavo a Noventa Vicentina con la Nova Gens e sono andato in prova a Milano. Mi ha visto, ha fermato la partita e mi ha chiesto di diventare rossonero. Poi è venuto a Lozzo Atestino per parlare con i miei, che non volevano andassi via. Sarei stato una forza lavoro in meno nei campi perché io a 16 anni ero già sul trattore. Ma io volevo andare, allora mia mamma mi ha portato a Milanello con le lacrime agli occhi. Liedholm non si arrabbiava mai, spiegava tutto con semplicità. Ti coinvolgeva con la sua personalità e grandezza, anche fisica. Io pendevo dalle sue labbra. Anni dopo mi avrebbe portato anche alla Fiorentina. Mi voleva bene e sapeva che per lui avrei dato tutto. Il suo aplomb svedese non era cambiato neanche in prima squadra: uomo di poche parole, ma sicuro di sé”.

Ne citiamo un altro?
“Rocco. Mai fatto uno schema tattico in campo con lui. Mai. Con il suo carisma riusciva a mandarti in campo convinto. Era un allenatore eccezionale, senza essere un tattico. Perché la costruzione di uno spogliatoio conta più di tutto. Poi vorrei fare un altro nome”.

Dica.
“Puricelli, avuto a Vicenza e poi a Foggia. Mi voleva un bene dell’anima. Veniva a mangiare dai miei il piatto tipico “poenta e osei”. Simile a Rocco, pochi schemi, molta allegria e mille battute”.

Lei ha avuto anche Helenio Herrera.
“Sì, ma era già cambiato molto da quando era arrivato la prima volta all’Inter. Giacinto e Tarcisio mi dicevano: Nevio, non è più lui. Si era ammorbidito parecchio, ma faceva ancora molta tattica alla lavagna. E noi per ridere gli nascondevamo le pedine”.

Ad un certo punto della sua carriera è andato a lavorare all’estero, continuando ad ottenere grandi successi: una Coppa Intercontinentale con il Borussia Dortmund, un campionato e una coppa in Ucraina e una Coppa di Russia.
“Fuori è certamente più difficile per via della comunicazione. A volte l’interprete traduce le parole e non l’emozione. Mia moglie è tedesca, diciamo che conosco il tedesco meglio del Trap e a Dortmund non ebbi problemi. Ma in Turchia con la lingua fu complicato. In Ucraina meglio perché avevo come traduttore un bravissimo professore universitario: si sviluppò un gran rapporto con i giocatori e spesso preparavo per tutti spaghetti con cipolla e pomodoro. In Russia arrivai in un momento difficile, c’era una confusione incredibile sia a livello societario che di squadra. Ma essere l’allenatore dello Spartak ti apre tutte le porte di una città di cui ho ricordi indelebili”.

Mister, è più facile fare l’allenatore oggi?
“Assolutamente no. Il calcio è cambiato molto, l’allenatore adesso è sottoposto a pressioni incredibili e deve essere in grado di fare, anche a livello dirigenziale, molte più cose rispetto ai miei tempi”.

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