“Non mi affido alle opinioni espresse da un giornale, come mi ha chiesto un sindacato della polizia penitenziaria. Vediamolo lavorare, dopo ne riparliamo. Vedremo se è una persona che corrisponde a quell’immagine che è stata data, diciamo così, dipinta in alcune visioni mediatiche oppure se ha le credenziali per cui mi sono sentita di proporlo come capo della polizia penitenziaria, oltre che capo del Dap”. La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha risposto così, nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Giustizia del Senato sullo stato di attuazione del Pnrr, alle riserve espresse sul giudice Carlo Renoldi, scelto da lei poche settimane fa come successore di Dino Petralia a capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Il “giornale” a cui si riferisce la ministra è il Fatto, che in vari articoli ha ricordato alcune passate dichiarazioni di Renoldi sul carcere duro e l’ergastolo ostativo: il magistrato aveva criticato in pubblico le resistenze dello stesso Dap e di una parte degli addetti ai lavori alle sentenze “aperturiste” della Consulta, parlando di “ottuso giustizialismo“, “retribuzionismo da talk show” e “antimafia arroccata nel culto dei propri martiri. Da consigliere di Cassazione, Renoldi è stato relatore ed estensore di sentenze delicate, come quella che apriva ai colloqui via Skype per i mafiosi detenuti al 41bis.

Sulla nomina quindi si era spaccata la stessa maggioranza di governo, con il Movimento 5 Stelle che la definiva un “fatto grave”, la Lega a manifestare “preoccupazione” e persino il Pd a sollevare qualche malumore. Mentre il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, citato anch’esso da Cartabia, aveva scritto a lei e al capo dello Stato Sergio Mattarella chiedendo di riconsiderare la nomina, esprimendo “perplessità” sulle “dichiarazioni discutibili” di Renoldi “in ordine a una revisione/demolizione del 41 bis”. Il Dipartimanto che amministra le carceri, scriveva la sigla sindacale, non ha bisogno “di un capo che alimenti lo scontro” ma “super partes”, che coniughi “due finalità, trattamentale e della sicurezza”. Infine, intervenendo al plenum del Consiglio superiore della magistratura chiamato a dare il via libera al collocamento fuori ruolo del magistrato, il consigliere Nino Di Matteo aveva annunciato la propria astensione motivandola con l’impossibilità in coscienza di avallare la nomina al Dap di “un collega che in occasioni pubbliche ha dimostrato pervicace e manifesta ostilità nei confronti di ambienti e soggetti, anche istituzionali, che avrebbero quantomeno meritato un diverso rispetto. Il via libera alla nomina è stato approvato con tre astenuti e un voto contrario.

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