Firenze “scopre” il Rinascimento. Non è un titolo provocatorio: il capoluogo toscano, combattuto nei suoi apparati e nei suoi Musei tra l’ansia di rinnovamento e le memorie del passato, tra la conservazione più assoluta e un po’ polverosa e il commerciale e il glamour, ogni tanto si ricorda della sua epoca di massimo splendore. E così capita che la Fondazione Strozzi, simbolo dell’Arte contemporanea, decida dal 19 marzo di “reinventare” Donatello nel più iconico edificio di Firenze, simbolo dell’urbanistica rinascimentale.

Nelle sale stupendamente vuote, dove gli unici elementi d’arredo sono i camini, i capitelli e le panche sottofinestra, si possono allestire splendide mostre senza l’effetto dell’horror vacui. Palazzo Strozzi come la Reggia Venaria o il Castello di Rivoli, entrambi vicino a Torino, sono gli aulici giusti contenitori di opere d’arte, più idonei a questo scopo dei Musei. Da alcuni anni infatti è invalsa l’abitudine di allestire Mostre in Musei già saturi delle proprie collezioni riempendo sottoscala, corridoi, salotti arredati con suppellettili preziose e fragili. Si sistemano a volte pannelli per nascondere quadri e sculture, mortificandole al solo scopo di creare il giusto ambiente per le opere in esposizione: non è il caso viceversa di Palazzo Strozzi, come ho prima ricordato.

Qui, dopo la fortunata esposizione dei Balloon e non solo di Jeff Koons, un successo per il numero incredibile di presenze – oltre 170 mila, o 170 mila Riflessi, come sono state definite – e dopo che ha fatto di Shine la mostra più visitata di arte contemporanea in Italia, ha deciso di cambiare rotta. Il dinamico direttore, Arturo Galansino – il Mario Biondi dei Musei, come lo chiamo io, per l’impressionante somiglianza con il cantante catanese – riporterà nel luogo consacrato ai mostri sacri del contemporaneo un mostro sacro del Rinascimento, Donato Bardi detto Donatello. Ricorda Galansino: lo scultore fiorentino è stato celebrato con una mostra monografica solo due volte, nel 1886 al Bargello e poi un secolo dopo nel 1986 a Forte del Belvedere, seppur in modo molto ridotto rispetto alla mostra che quest’anno si consacrerà a Palazzo Strozzi. E al Bargello, collezione che conserva le sue opere più significative come l’iconico David, “in dialogo con musei, collezioni e istituzioni di Firenze e di tutto il territorio italiano oltre che tramite fondamentali collaborazioni internazionali, mirando ad allargare la riflessione su questo maestro nel tempo e nello spazio, nei materiali, nelle tecniche e nei generi, e ad abbracciare finalmente le dimensioni dell’universo donatelliano.”

Una simbiosi perfetta quindi tra il palazzo, aulico contenitore di eventi di arte contemporanea, e uno storico museo della città, tanto affascinante e importante per la storia dell’architettura e dell’arte quanto un po’ messo in ombra dai due colossi come gli Uffizi e l’Accademia. Sarà un’occasione per vedere opere provenienti dal Staatliche Museen di Berlino e il Victoria and Albert Museum di Londra, messi a confronto con capolavori di artisti come Brunelleschi, Masaccio, Andrea Mantegna, Giovanni Bellini, Raffaello e Michelangelo. La curatela è di Francesco Caglioti, considerato il massimo esperto di Donatello ed è stata concepita come un’unica mostra su due sedi, Palazzo Strozzi e Museo Nazionale del Bargello; il progetto nasce come una celebrazione di Donatello in dialogo con musei, collezioni e istituzioni di Firenze e di tutt’Italia oltre che tramite fondamentali collaborazioni internazionali, mirando ad allargare la riflessione su questo maestro nel tempo e nello spazio, nei materiali, nelle tecniche e nei generi e ad abbracciare finalmente le dimensioni dell’universo donatelliano.

Si pensa in un’ottica di grande rigore scientifico di creare un percorso non scontato sull’evoluzione di questo straordinario periodo, invitando poi i visitatori a girare per tutti i luoghi dove ha operato Donatello: dall’Opera del Duomo ad Orsamichele al Battistero, S. Maria Novella, poi Prato, Siena e Roma. Nella sua lunghissima vita e opera – secondo il Vasari morì ad 83 anni – fu un curioso sperimentatore, un innovatore, tanto da inventare la tecnica dello “stiacciato” che gli valse l’ammirazione incondizionata dei Medici: Cosimo il Vecchio, suo coetaneo e committente, arrivò a regalargli una villa in campagna tramutata poi in un sostanzioso vitalizio.

Era liberalissimo, amorevole e cortese, e per gl’amici migliore che per sé medesimo; né mai stimò danari, tenendo quegli in una sporta con una fune al palco appiccati, onde ogni suo lavorante et amico pigliava il suo bisogno, senza dirgli nulla. Passò la vecchiezza allegrissimamente, e venuto in decrepità, ebbe ad essere soccorso da Cosimo e da altri amici suoi, non potendo più lavorare. Dicesi che venendo Cosimo a morte lo lasciò raccomandato a Piero suo figliuolo, il quale, come diligentissimo esecutore della volontà di suo padre, gli donò un podere in Cafaggiuolo, di tanta rendita che e’ ne poteva vivere comodamente. (Vasari, Le Vite)

In tutto questo splendore, nella riscoperta del Rinascimento, la Fondazione Strozzi non ha mai perso né perde l’attenzione per l’attualità, per quel risvolto glamour, forse dato anche dalla collocazione, nella via per antonomasia della moda e del lusso, via Tornabuoni, tant’è che da anni ha come sponsor Gucci e Ferragamo. Leonardo Ferragamo ne è Presidente onorario.

Altra epoca ma riscoperta interessante a Torino, dove la Direttrice del Mrt, Enrica Pagella ha cercato di svecchiare l’immagine un po’ polverosa dei Musei Sabaudi. E’ stato inaugurato nei giorni scorsi il riallestimento del Museo Archeologico, quasi un nuovo museo, tanti sono i nuovi reperti scovati e recuperati in tutto il Piemonte, frutto di una poco conosciuta attrazione per il collezionismo dei Savoia dal 500 sino all’800. Ben ordinati, in una suggestiva sequenza, teste, busti e statue, reperti provenienti dalla Mesopotamia, statue greche e romane, vasellame greco, elementi funerari etruschi e fenici, li si possono ammirare, complice finalmente un giusto progetto illuminotecnico.

Era diverso tempo che non vedevo una bella mostra a Torino, e soprattutto, avendone organizzate, curate e allestite diverse, ho trovato un allestimento per la prima volta elegante nella sua essenzialità di facile e immediata percezione. Un nuovo capitolo quindi, voluto da Enrica Pagella, responsabile dei Musei Reali, di concerto con il Ministero per la Cultura che ha trovato in Massimo Osanna, indimenticato Soprintendente di Pompei e ora Direttore Generale dei Musei, un fattivo “sponsor”, mettendo Torino, con questo un importante Museo Archeologico, al pari di Roma, Napoli, Reggio Calabria, il Vaticano.

Una grande occasione per riportare l’Archeologia al centro dei Musei Reali, svelando un capitolo fondamentale della storia dei Savoia a Torino, una città che da sempre vive un rapporto conflittuale con questa grande Dinastia. Così Enrica Pagella: “Straordinario strumento di dialogo e di confronto tra le culture passate e presenti, un’eredità lasciata nelle nostre mani per costruire un migliore futuro per le nuove generazioni. Il nuovo allestimento rappresenta solo l’inizio di un importante ripensamento di un percorso che vuole essere sempre più omogeneo e capace di raccontare, in un’unica narrazione, tutte le diverse anime dei Musei Reali.”

Dopo la pandemia e con i nuovi allarmanti venti di guerra, queste due mostre/evento, mettono viceversa in pace con l’umanità, capace anche di creare cultura e lasciarci tanta bellezza.

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