L’escalation bellica in Ucraina ha subito una accelerazione drammatica dopo la decisione di Putin, condannata senza riserve, che rischia di marcare un’irreversibilità nella prospettiva di un’Europa di pace, soffocata da blocchi contrapposti. L’autocrate di Mosca brandisce addirittura l’arma nucleare e il gesto inconcepibile richiama l’esposizione alle minacce incombenti sull’umanità ricordate da Francesco: la guerra annientatrice, il clima ostile alla sopravvivenza, l’ingiustizia sociale che corrompe le esistenze.

Questa nota uscirà quando già avremo condiviso manifestazioni e azioni spero di riconciliazione e di deterrenza, come il digiuno del 2 marzo, ed è per questo che si rivolge oltre alla drammaticità del tempo immediatamente contingente, seppure tanto tragico. Non possiamo dimenticare che la sindemia aggredisce tuttora gran parte del pianeta e che la estrema siccità, come quelle dei campi da semina in Europa o lo scioglimento accelerato del permafrost in Siberia, vengono rimosse sotto la minaccia dello spettro del nucleare militare e civile lambito dai combattimenti.

Gli sprovveduti, che a volte fanno persino opinione, dicono che le guerre non hanno mai risolto nulla, come se non cambiassero mai nulla, e quindi non avessero un senso perverso ad essere combattute. Non è certo così per la guerra ucraina. L’errore strategico di Putin, oltre all’insana ferocia del ricorso all’invasione, è essere ripartito dagli abbagli dell’impero zarista, anziché collocare la contesa che è in corso nel cuore dell’avanzamento americano e dell’occidente verso l’oriente (in una espansione monodirezionale, se si guarda un atlante), ininterrotto ormai da oltre cinquant’anni. Una volta che l’Urss si è disintegrata, la Russia ha sciolto il Patto di Varsavia, ha stabilito un regime politico sull’onda delle democrazie europee, ha restaurato un capitalismo oligarchico perfino con elementi mafiosi, ha aperto la sua economia al capitale straniero e ha addirittura giocato con l’idea di entrare nella Nato.

L’operazione militare lanciata in extremis contro l’Ucraina è la conseguenza di una situazione politica non imparziale, ovvero il punto finale di fronte a quella che Boaventura de Sousa Santos ha definito “l’assoluta inettitudine dei leader occidentali nel rendersi conto che non c’è e non ci sarà sicurezza in Europa se non è garantita anche per la Russia”. Non bisogna dimenticare che la forza militare attiva dal 1991 sono gli Stati Uniti. La politica statunitense dell’amministrazione Clinton di condurre una nuova espansione militare attraverso la Nato ha pagato un dividendo di 30 anni sotto forma di spostamento della politica estera dell’Europa occidentale e di altri alleati americani, facendo della Nato l’organismo europeo di politica estera e il procacciatore di “occupazione” di territori carichi di risorse economicamente strategiche per la crescita e la rivoluzione tecnologica.

Se si considera la politica economica ed estera degli Stati Uniti in termini di complesso militare-industriale, complesso petrolifero e del gas (e minerario) – tutti interessi a rendita monopolista – l’interesse a un crollo della Russia è tangibile, sia per le vendite di armi alla Nato che per l’esportazione petrolifera e gasiera in forte concorrenza, implementata con l’escavazione di fossili dalle rocce di scisto (“shale”) del Nord America. Lo si è visto dall’impennata dei loro titoli appena avviata la guerra in Europa. Per l’Ucraina, invece, l’impoverimento è sconvolgente; per la Germania il colpo è durissimo: aumento al 2% di Pil per le armi e acquisto a prezzi doppi di gas da “shale” dagli Usa.

Non c’è solo quindi l’oscenità della guerra: avendo la Germania rifiutato di autorizzare il Nord Stream 2 ad entrare ufficialmente in funzione diventa conseguente monopolizzare il mercato delle spedizioni statunitensi di gas naturale liquefatto (Gnl) e l’aumento dei prezzi dell’energia: il che sottrarrà gran parte del vigore all’economia tedesca. Dobbiamo riconoscere ora che il monopolio del mercato petrolifero dell’area del dollaro e l’isolamento dal petrolio e dal gas russi, assieme a un accesso facilitato alle immense risorse di terre rare dell’area asiatica, è una delle principali priorità degli Stati Uniti da qualche anno. E risulta allora più chiara la ragione di un allarme insistito nei confronti del “nemico” russo, che sembrava un’assurdità, tenuto conto della competizione in atto con la Cina.

Noi – l’Italia – andiamo a ruota del declino tedesco, ma senza titubanze, sotto la guida atlantista di Draghi, che non è né Prodi, né Andreotti, né Merkel. L’obiettivo politico accessorio – ma purtroppo decisivo in questo contesto – è ignorare e rifiutare le spinte ambientaliste a sostituire petrolio, gas e carbone con fonti di energia alternative. Perciò Cingolani la tira per le lunghe e il governo sostiene l’espansione delle perforazioni in/offshore e pensa alla diffusione di gassificatori nei porti, oltre alla metanizzazione della Sardegna e al riavvio del carbone. C’è, insomma, un enorme interesse degli Stati Uniti a impedire una qualche dipendenza dell’Europa-Nato dalla Russia e, in particolare, dai suoi gasdotti.

È quindi il capitalismo finanziario postindustriale di oggi che spinge la Nato al riarmo. Il fascino dell’alleanza militare influisce perfino sulla trasformazione dei servizi di pubblica utilità in monopoli in cerca di rendita per fornire servizi di base a prezzi massimi (assistenza sanitaria, istruzione, trasporti, comunicazioni e tecnologia dell’informazione, acqua), invece che a prezzi agevolati per gli elettori. Le nostre aziende energetiche – fuorché Enel – con le municipalizzate in testa, non si ritraggono certo dal gas e dal carbone che viene loro suggerito. In questo senso è straordinaria la vittoria dal basso ottenuta a Civitavecchia con la sostituzione del turbogas con eolico galleggiante (naturalmente ritardato nei meandri dei corridoi ministeriali).

Tra le conseguenze del conflitto russo-ucraino, aumenteranno anche i prezzi dei generi alimentari, guidati dal grano (la Russia e l’Ucraina rappresentano il 25% delle esportazioni mondiali di grano). Ciò comprimerà molti paesi con deficit alimentare vicino all’est e al sud del mondo, peggiorando la loro bilancia dei pagamenti e minacciando l’insolvenza del debito estero. Se, tuttavia, la Cina decidesse di considerarsi la prossima nazione minacciata e si unisse alla Russia in una protesta comune contro la guerra commerciale e finanziaria degli Stati Uniti, le economie occidentali subirebbero un grave shock.

Oltre il blocco dell’invasione dell’Ucraina e il ristabilimento di una pace durevole, a mio parere l’obiettivo è superare la Nato e quindi promuovere le politiche di disarmo e denuclearizzazione generali per cui la Russia aveva spinto a suo tempo, con Gorbaciov. Questo non solo ridurrà gli acquisti esteri di armi statunitensi, ma potrebbe finire per portare a sanzioni contro il futuro avventurismo militare statunitense, che con troppa accondiscendenza è lasciato fuori dai nostri canali mainstream. I leader europei chiederanno allora perché i loro paesi dovrebbero pagare per le armi statunitensi che li mettono solo in pericolo; pagare di più per il Gnl e l’energia degli Stati Uniti; pagare di più per il grano e le materie prime prodotte dalla Russia: il tutto mentre si perde la possibilità di realizzare vendite all’esportazione e profitti su investimenti non militari in Russia – e, forse, perdere anche la Cina.

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