Osservava François La Rochefoucauld che “L’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù”. Ed è già atto ipocrita disprezzarla, perché essa è ciò che rende la vita e la convivenza possibili non ferendo inutilmente l’altro e dicendo qualche bugia per evitare conflitti. Nella vita privata, poi, un po’ di tacita ipocrisia è elemento di valore morale e buone maniere.

Nella vita pubblica, nelle funzioni di rilievo pubblico e in politica, invece, è un’altra faccenda. Di chi ricopre un ruolo pubblico si vuol conoscere tutto, il vero dietro la maschera del potere, al di là del cliché sui vizi privati e sulle pubbliche virtù. Non si scomodino, però, La Rochefoucald, o l’Ambiguity of Hypocrisis di Simone De Beauvoir o il Political Hypocrisy: The Mask of Power di David Runciman per giungere a elogiare l’ipocrisia nella sua forma meno distruttiva.

In un’epoca in cui inneggiamo alla trasparenza dei sistemi cosiddetti democratici, solo chi governa con pugno totalitario è davvero sincero nell’affermare la supremazia del potere. Perché, come diceva Thomas Hobbes, la politica è necessariamente un sipario di maschere, e, purtroppo, di parecchi autoinganni. Ma se la politica è la più complessa delle attività dell’uomo, nell’intricata danza fra ipocrisia e anti-ipocrisia, a noi spetta scegliere quali ipocriti vogliamo al potere e stabilire noi stessi fino a che punto l’ipocrisia deve preoccupare, o meno, e quando supera il limite. Per esempio, non c’è maggiore ipocrisia dell’impegno a ridurre l’emissione di carbonio mentre allo stesso tempo si lasciano libere le lobby di incrementarla.

È nel teatro greco che nasce l’ipocrisia (gli ipocriti erano attori classici, il termine hypokrisis significava “interpretare una parte”) ma se, dal punto di vista della religione, è considerata un peccato capitale, le menzogne, le mezze verità, i double standard permettono alla democrazia di funzionare.

Insomma, la politica, così come qualsiasi ribalta pubblica, anche quella che sembra la più integra, è un mestiere che non pratica ciò che predica. Da qui il destro al giornalismo investigativo, o bigotto, o giustizialista, o al contrario garantista, ossequioso o servente perché il pubblico, grazie all’informazione, deve aver fiducia in chi regge il timone del Paese. Nella storia non esistono prove concrete di un governo che ha potuto governare senza straordinari esercizi di ipocrisia. O si opera sulla base del compromesso o si precipita nell’anarchia, e il compromesso basilare è la finzione dei governanti di essere in accordo con l’opinione dei governati. In ciò riposa l’equilibrio dei poteri.

In questo senso occorre essere “sinceramente falsi” e, tra tante ipocrisie mascherate da verità, bisogna però imparare a distinguere perché, come dichiarava George Orwell: “Fin che la spada è nel fodero la corruzione non può superare un certo limite… E l’ipocrisia è una potente salvaguardia, è un simbolo di quel misto di realtà e illusione, democrazia e privilegio… è la rete sottile di compromessi che tiene intimamente unita la nazione”. Non a caso, chi abbia tentato o anche solo provato a scalfire tale forma di salvaguardia si ritrova oggi curiosamente indagato.

Ma è proprio Hobbes che ci spiega come affrontare il vizio moderno, questa sorta di “ipocrisia al potere”. Per Hobbes i governanti non dovevano credere in nient’altro che nell’idea che la politica, come i suoi sottogoverni e altri poteri, debba essere organizzata su basi razionali senza mai offuscare la distinzione fra la maschera e la persona dietro la maschera, altrimenti è un’ipocrisia colpevole, anzi, la più sciocca, perché si specchia, come Narciso, nell’autoinganno. Oggi si sente il bisogno di politici sinceri, di magistrati sinceri, di dirigenti sinceri, di giornalisti sinceri, ma solo in rapporto al sistema di potere in cui vengono a trovarsi, sinceri ma solo nel desiderio di mantenere la stabilità e la durabilità del sistema, anche al prezzo della loro abilità di dire ciò che intendono e intendere ciò che dicono.

Questo vale sia per la politica democratica sia per ogni altra. I politici, i magistrati, le classi dirigenti devono recitare una parte, ma una parte che rispecchi le esigenze del sistema. Purché non si sfiori l’ipocrisia individuale, quella privata, che non deve contare, perché una certa dose di ipocrisia personale è inevitabile. Eppure, guarda caso, a volte essa si scopre parecchio rilevante, anzi quasi la ragione determinante, quando scoppia il bubbone. Dopotutto, per Hobbes, in democrazia bisogna diffidare di coloro che scambiano la sincerità personale a scapito della sincerità circa il potere stesso. Quella sarebbe appunto l’origine del peggiore autoinganno: arrivare perfino a credersi sincero.

E allora, per esempio, dice forse bene il Prof. Giorgio Spangher, a proposito dei mali del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’invadenza delle correnti, quando afferma: “Resti consolidato che stante un corpus di magistrati numericamente non elevato, la capacità di controllo delle appartenenze, anche in sede distrettuale, non presenta particolari difficoltà, con conseguente scarsa incidenza sui sistemi elettorali che si volessero introdurre”. Con buona pace dell’affannoso e articolato dibattito nella magistratura italiana tra referendum, interni ed esterni, e veti di tutti i tipi e di tutte le maniere.

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