Da un lato ci sono truffe per 4 miliardi di euro di denaro pubblico trasformato in buona parte in criptovalute e depositato su conti di paradisi fiscali. Dall’altro un mercato da 21 miliardi di crediti vantati nei confronti delle casse dello Stato e generati dal Superbonus 110 per cento. In mezzo i cittadini che rischiano di restare con il cerino in mano e un governo che non sa che pesci prendere per far funzionare il superincentivo senza danneggiare le casse pubbliche. E’ una tempesta perfetta con cifre da capogiro messe a nudo dalle inchieste della magistratura che hanno portato al sequestro di miliardi di crediti sulla piattaforma dell’Agenzia delle entrate, considerandoli “corpo del reato”.

Lo scorso dicembre la sola Procura di Roma ha bloccato 1,2 miliardi di euro di crediti edilizi. Ma le cifre complessivamente in ballo sono decisamente più elevate: le truffe rappresentano addirittura poco meno del 20% dell’intero mercato di crediti fiscali generato dalle misure a sostegno dell’edilizia. Così mentre in Parlamento le forze politiche litigano alla ricerca di una soluzione che salvi capra e cavoli modificando i paletti antitruffa del decreto Sostegni ter, Poste e banche congelano l’acquisto di crediti fiscali da Superbonus. Persino Cassa depositi e prestiti ammette di “stare conducendo approfondimenti” benché ancora “nessuna decisione definitiva sia stata assunta”. Le due più grandi banche del Paese, Intesa Sanpaolo e Unicredit, continuano invece ad operare seguendo da vicino l’evoluzione della normativa.

Ma che cosa è accaduto esattamente? Inizialmente la legge ha previsto la possibilità di beneficiare dei crediti fiscali per l’edilizia in tre modi: il committente, se capiente, può detrarre direttamente nella propria dichiarazione dei redditi le spese su cinque anni; in alternativa può cedere il credito all’impresa ottenendo lo sconto in fattura o, infine, offrire il credito fiscale alla banca o alle poste ottenendo il finanziamento necessario a pagare i lavori. Le imprese, a loro volta, possono girare il credito alle banche per ottenere la liquidità necessaria a lavorare.

I problemi sono nati su falsi lavori poi portati all’incasso davanti agli intermediari finanziari. Di qui l’intervento della procura della Repubblica e la decisione del legislatore di mettere fine alla cessione multipla per bloccare il meccanismo di frode. La soluzione, come ha spiegato a MF il procuratore aggiunto di Roma, Stefano Pesci, “è lo strumento più drastico – di prevenzione alle truffe – Certamente efficace, ma che sta generando molte critiche perché ingessa il sistema”. La ragione? Non c’è più mercato. “Con il blocco alle cessioni multiple si cambiano le carte in tavola per cercare di mettere una pezza a colori alla questione delle truffe – spiega l’avvocato Barbara Puschiasis, responsabile dipartimento Consumer Protection dell’associazione Consumerismo no profit. Il rischio è quello di far saltare per aria gli operatori seri che si sono messi a lavorare sul Superbonus. Ci troviamo infatti davanti ad imprese con contratti in essere che hanno fatto lo sconto in fattura e non si sono fatte pagare. Ma con la nuova norma non possono più cedere il credito. Il problema si pone addirittura anche per le banche. Non a caso abbiamo avuto segnalazioni dai consumatori sulla difficoltà di ottenere un finanziamento per lavori edili dagli istituti di credito”.

Come se non bastasse, secondo Consumerismo, rischiano anche i proprietari di casa che hanno optato per i lavori: “C’è la possibilità che a restare con il cerino in mano sia il consumatore che ha fatto i lavori in cui risulti una cessione illegittima del credito – riprende l’esperta. Inoltre, se non riesce ad avere la certificazione di congruità dei prezzi per l’intera opera, visto anche l’incremento dei costi delle materie prime, il committente potrebbe dover pagare una buona parte dei lavori di tasca propria. C’è il rischio che quello spot dei lavori gratis, uscito l’anno scorso, sia una vana illusione”. In sintesi, un grande caos.

Sul fronte delle imprese, poi, l’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) teme che ci sia uno stop per i cantieri in corso con una crisi di liquidità che ricade sui fornitori. “E’ necessario che la questione sia risolta rapidamente – precisa il presidente dell’Ance, Gabriele Buia – Anche 60 giorni di conversione di un decreto sarebbero troppi per le imprese e per l’intera filiera delle costruzioni. Come Ance abbiamo chiesto due cose: da un lato allargare la cessione del credito fiscale non solo alle banche, ma a tutti gli intermediari finanziari vigilati da Bankitalia creando così un mercato; dall’altro, verificare che il Superbonus sia riservato ad imprese qualificate che rispettino determinati standard a garanzia dell’uso di denaro pubblico. C’è qualcosa che non funziona se da quando è nata la misura sono state registrate con codice Ateco costruzioni ben undicimila nuove aziende di cui alcune senza dipendenti”.

Società nate ad hoc per sfruttare l’opportunità del Superbonus e delle agevolazioni fiscali per l’edilizia. Per risolvere la questione della veridicità del titolo di credito, secondo il procuratore Pesci, “una soluzione alternativa (allo stop alle cessioni multiple, ndr) potrebbe essere quella di prevedere che la prima cessione possa avvenire esclusivamente agli istituti di credito e ad altri intermediari finanziari, soggetti vigilati, così da avere una sorta di ticket per il credito. Si possono trovare strumenti, ma è indispensabile regolare rigorosamente la circolazione dei crediti”. Di certo, la tempistica d’intervento legislativo è tutto se non si vuole buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Sostieni ilfattoquotidiano.it ABBIAMO DAVVERO BISOGNO
DEL TUO AIUTO.

Per noi gli unici padroni sono i lettori.
Ma chi ci segue deve contribuire perché noi, come tutti, non lavoriamo gratis. Diventa anche tu Sostenitore. CLICCA QUI
Grazie Peter Gomez

Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Evasione fiscale, credo che ormai il carcere sia l’unico deterrente efficace

next
Articolo Successivo

Il benchmarking nelle piccole imprese: serve più innovazione che imitazione

next