“Una bozza di legge truffa, dettata dalle lobby e governi europei. Palese l’accordo tra Italia e Francia per sostenere i reciproci interessi nel gas (Roma) e nel nucleare (Parigi)”. Per il gruppo ufficiale di esperti, istituito dall’Ue per stilare l’elenco delle fonti energetiche ‘green’, l’atto delegato della Tassonomia Verde proposto dalla Commissione europea contiene diverse insidie. Lo spiega a ilfattoquotidiano.it Luca Bonaccorsi, direttore della Finanza Sostenible dell’ong Transport&Enviroment e tra gli autori del rapporto approvato quasi all’unanimità dal Platform for Sustainable Finance (PSF). “Né nucleare né gas fossile, pur potendo avere un ruolo nell’uscita dal carbone, possono essere inseriti tra le fonti di energia etichettabili come sostenibili e, quindi, utilizzabili (e finanziabili dal Recovery Fund) per la transizione ecologica, come invece si chiede” commenta, passando in rassegna tutti i limiti dei nuovi criteri proposti da Bruxelles per stabilire quali attività saranno considerate ‘verdi’. “Ma la bozza di legge – aggiunge – è anche il più grande incentivo della storia per la produzione di biogas. Se i governi seguissero le indicazioni di quel testo il green deal e il trattato di Parigi sarebbero entrambi irraggiungibili”. Da qui la richiesta rivolta alla Commissione europea, che nel frattempo sta valutando la richiesta di rimandare l’adozione dell’atto delegato, “affinché la bozza di legge venga totalmente cambiata”.

Un secco no al nucleare – La bocciatura più netta del Platform for Sustainable Finance riguarda il nucleare. “Nonostante non emetta CO2, l’energia dell’atomo – spiega Bonaccorsi – non può rientrare nella Tassonomia verde che si basa su una serie di principi, non solo quello di dare un contributo ad almeno un obiettivo ambientale, ma anche quello di non arrecare danno (DNSH) agli altri cinque obiettivi”. I sei obiettivi inseriti nella Tassonomia sono mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, uso sostenibile e tutela delle acque e delle risorse marine, transizione verso un’economia circolare, prevenzione e controllo dell’inquinamento, protezione e ripristino della biodiversità e degli ecosistemi. “Nel caso del nucleare – aggiunge l’esperto – ci sono problemi enormi sul fronte inquinamento ed energia circolare, perché le scorie sono il rifiuto più inquinante che il pianeta conosca e ad oggi non esiste nessuna tecnologia che ci faccia pensare a come processarle e utilizzarle”. Tanto per chiarire la posizione del gruppo di esperti, basti pensare che nel corso dell’ultimo anno ha lavorato a un progetto per espandere la tassonomia con un sistema a semaforo, aggiungendo al verde, anche il giallo (la categoria Amber, dove il gruppo proponeva di inserire il gas) e il rosso (quella per il nucleare)”. Bisognerebbe tornare in Parlamento ed è un passaggio che richiederebbe due anni. “Al momento il progetto è bloccato perché le lobby hanno fretta e perché il bollino rosso indica sostanzialmente la lista dei cattivi – aggiunge l’esperto – e nella lista dei cattivi non vuole finire nessuno”.

Il gas e il vecchio criterio – Per il nostro Paese l’aspetto più rilevante è la bocciatura riservata al gas fossile. “I criteri proposti dalla Commissione permettono emissioni di CO2 ben al di sopra della soglia minima per non arrecare danno al clima, per l’intera durata dell’investimento – spiega Bonaccorsi – e sono incompatibili con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi per contenere l’innalzamento della temperatura globale a 1.5 gradi”. Un anno fa, infatti, anche gli esperti avevano contribuito ad arrivare a un tetto ben chiaro per le emissioni: anche se il gas inquina meno del carbone, non può essere considerato un’attività sostenibile, se sfora il limite dei 100 grammi di CO2 equivalenti per Kilowattora, considerando le emissioni dirette e indirette che, tra l’altro, sono difficili da calcolare. “Si tratta di un problema molto serio – spiega Bonaccorsi – basti pensare alle fuoriuscite di metano durante l’estrazione e lungo la rete. Il metano è un gas serra potentissimo, motivo per cui alla Cop 26 di Glasgow è stato al centro di un accordo specifico”. E questo è il vecchio criterio inserito (la soglia dei 100 grammi di CO2 equivalenti per Kilowattora è quella adottata per le attività energetiche, ndr) secondo cui il gas è escluso dalla tassonomia, a meno che non vengano utilizzate le tecnologie di cattura e stoccaggio di anidride carbonica “che, però – commenta Bonaccorsi – non funzionano e costano molto”.

Il festival delle scappatoie – Che cosa è successo? “La Commissione propone delle alternative a quella soglia, un vero e proprio festival di scappatoie. Si possano considerare come sostenibili, per esempio, le centrali a gas con un limite di emissioni dirette di 270 grammi di CO2 equivalente per kWh”. Si parla, quindi, solo delle emissioni in centrali e non di quelle che si producono durante tutto il ciclo di vita, né delle perdite. “Questi 270 grammi – aggiunge l’esperto – non sono neppure una soglia sbagliata di per sé, perché la maggior parte delle centrali sforerebbe, ma la Commissione va oltre”. Nell’atto delegato si prevede un’altra possibilità: che si rimanga sotto i 550 chilogrammi di CO2 equivalenti per kW di potenza installata, in media, nei prossimi 20 anni. “Vuol dire che tu puoi installare quello che ti pare, anche impianti molto inefficienti come quelli a turbogas, con la promessa che, in media, nei prossimi due decenni le userai al massino al 7-10% delle ore disponibili in modo che emettano una quantità minore di gas serra” spiega Bonaccorsi, secondo cui si tratta di una proposta inaccettabile. “È come dire che un camion emette quanto una Cinquecento se lo usi solo una mezz’ora e solo il lunedì nei prossimi vent’anni” aggiunge.

I bond emessi come ‘green’ – E chi controlla utilizzo e effetti? “Il vero problema – risponde il direttore della Finanza Sostenible di Transport&Enviroment – è la tempistica, perché per costruire l’impianto devi oggi o accedere a un prestito o emettere un bond, chiamandolo green perché prometti di utilizzare poco la centrale”. Gli investitori concedono il finanziamento a un tasso agevolato, rimanendo con i titoli, ma la verifica che questi siano davvero ‘green’, arriverà solo tra vent’anni. “E se per allora si capirà che i bond non erano per nulla ‘green’, i soldi saranno già stati distribuiti e spesi. Quest’ultimo criterio è una truffa totale ed è stato disegnato per l’Italia” commenta l’esperto. In questi mesi si è parlato anche di una sorta di patto tra Italia e Francia affinché la prima sostenesse la seconda a far includere il nucleare nella tassonomia e Parigi sostenesse Roma sul gas. “L’atto delegato è palesemente frutto di questo accordo – replica Bonaccorsi – perché l’apertura sul gas fa comodo a tutti, dalla Germania alla Polonia, ma il testo della Commissione sembra studiato per dare la patente ‘green’ a tutte le centrali a gas che vuole fare l’Eni, anche le meno efficienti e disegnato per il capacity market, per permettere al nostro Paese di fare questa ondata di investimenti in centrali, accedendo ai finanziamenti pubblici destinati ai progetti ‘green’”.

Incentivo al biogas – Un’altra alternativa è quella della sostituzione graduale del gas fossile, come carburante della centrale, con un altro carburante a bassa intensità di carbonio (low carbon gas), come biogas e idrogeno. Con degli step di miscelazione del 30% entro gennaio 2026, del 55% entro gennaio 2030 e la sostituzione totale entro il 2036. “La bozza di legge – commenta Bonaccorsi – è anche il più grande incentivo della storia per la produzione di biogas”. Il gruppo di esperti ha chiesto alla Commissione se, a riguardo, fosse stato condotto uno studio per calcolare gli impatti. Bruxelles non lo ha fatto, nonostante l’obbligo di legge, ma la Platform for Sustainable Finance sì: “Per rimpiazzare il solo carbone con il biogas, come prevede la legge, dovremmo destinare più del 20% della terra coltivabile al mais, per esempio, e produrre tre volte la attuale quantità prodotta”. E sostituendo tutto il gas col biogas, come si dovrebbe fare dal 2036? “Ci vorrebbe l’80% della terra arabile. Stiamo parlando di un incentivo a produrre un disastro paragonabile solo a quello che l’olio di palma e la soia stanno causando in Asia e nell’America del Sud”. L’altra possibilità sarebbe l’idrogeno verde che, però, non si può bruciare in centrale. “Nessuno utilizzerà mai le rinnovabili per produrre idrogeno e utilizzarlo in una centrale – spiega l’esperto – perché, per una legge della fisica, per ottenere un litro di idrogeno verde ci vogliono tre unità di energia. E quando bruci questo gas nella centrale produci appena una unità di energia”. Per Bonaccorsi “non ha alcun senso ed è una favola che hanno inventato le lobby per sostenere che non stanno costruendo le centrali a gas, ma le centrali dell’idrogeno del futuro”.

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