Nei pressi della ridente cittadina di Silivri, a circa 120 chilometri da Istanbul, ferve il lavoro delle scavatrici. È in costante ampliamento il più grande carcere del pianeta, che ospita al momento oltre 25mila detenuti, in gran parte politici. Di fronte al carcere si erge il Tribunale penale dove ho assistito, martedì 4 gennaio, all’ennesima udienza del processo contro Selçuk Kozağaçlı, presidente di un’associazione di avvocati progressisti, e Barkin Timtik, sorella di Ebru Timtik, avvocata morta durante lo sciopero della fame un anno e qualche mese fa e dirigente della stessa associazione.

Un processo che dura da anni, trascinandosi incongruamente attraverso una molteplicità di fasi e procedure, con accuse tanto gravi (organizzazione terroristica) quanto infondate (dvd acquisiti all’estero e probabilmente manipolati, testimonianze provenienti da un soggetto psichicamente labile e da un probabile agente dei servizi). E i due imputati in questa branca dell’intricatissima procedura, al pari di molti loro compagni, hanno già trascorso almeno cinque anni in carcere duro. L’udienza di mercoledì mattina è durata quattro ore e si è conclusa colla decisione della Corte di accordare la perizia tecnica sui dvd menzionati e il conseguente rinvio al 23 marzo.

Una piccola vittoria parziale della difesa in questa interminabile guerriglia giudiziaria che oppone le ragioni dello Stato di diritto all’imperiosa volontà politica del regime di Erdogan che ha completamente assoggettato la magistratura, sostituendo, licenziando o imprigionando i giudici non disponibili a rendersi strumento passivo del potere. La repressione costituisce oggi in effetti di gran lunga la principale risorsa del regime di Erdogan di fronte a un Paese attraversato da profonde spaccature e oggi in preda a una grave crisi economica.

I processi si susseguono praticamente a ritmo quotidiano. Oggi ho assistito a un altro contro alcuni studenti dell’Università Bogazici, arrestati per avere tenuto una pacifica dimostrazione a favore della libertà di espressione e contro la nomina dall’alto del Rettore. La gravità delle lesioni ai più elementari lesioni dello Stato di diritto è stata confermata dal Presidente del Consiglio degli avvocati di Istanbul che ho incontrato ieri insieme ai delegati di importanti organizzazioni forensi italiane ed europee, il quale ha significativamente affermato che l’attacco contro Selçuk e Barkin costituisce un attacco contro tutti gli avvocati.

La repressione di Erdogan riguarda tutti i settori sociali: professionisti (avvocati, medici, giornalisti), intellettuali, docenti, sindacalisti, femministe, membri del movimento Lgbt, studenti, lavoratori, alaviti, kurdi, politici di opposizione. La politica di grandeur internazionale abbinata all’allineamento sulle posizioni più retrive del pensiero islamico e all’esasperato nazionalismo sul piano interno sta chiaramente perdendo colpi anche per effetto della crisi economica. Alcuni settori progressisti fanno molto affidamento sulla Corte europea dei diritti umani, che in questa situazione rappresenta in effetti un punto di riferimento importante per la difesa di principi universali di diritto e giustizia. Ma come sappiamo la coerenza dei governi europei lascia molto a desiderare, come dimostrato dai finanziamenti accordati a Erdogan per contenere i flussi migratori e dalle continue vendite di armi, giustificate anche dalla comune appartenenza alla Nato.

È invece oggi più che mai necessario prendere posizione e mobilitarsi per un’effettiva rigenerazione democratica della Turchia che deve vedere ovviamente come primo passo la liberazione di tutti i prigionieri politici, compreso lo storico leader kurdo Abdullah Ocalan. Si tratta di un passaggio fondamentale per la sicurezza e la pace dell’intera area mediterranea e mediorientale, che negli ultimi anni ha visto un susseguirsi di gravi conflitti colla conseguente crescita dei flussi di profughi e delle gravi violazioni dei diritti umani nell’area.

Il governo italiano e quelli europei dovrebbero essere all’altezza dei loro compiti, agevolando questa effettiva democratizzazione della Turchia, da sempre ponte geografico e culturale tra Est ed Ovest e quindi di enorme significato strategico per tutta l’area. Compito oggi tanto più importante e urgente per l’evidente venir meno della tradizionale funzione di guida esercitata, nel bene e nel male, dagli Stati Uniti d’America. Occorre però onestamente dubitare che l’attuale Unione Europea divisa, confusa e preda delle lobby possa essere all’altezza di questo come di altri compiti.

D’altronde, a ben vedere, una rigenerazione democratica è necessaria e urgente anche da noi. Anche da tale punto di vista siamo fratelli e sorelle di turchi, kurdi e degli altri popoli che vivono sul territorio della Repubblica di Turchia.

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