Senza voler dare vita ad una “guerra tra poveri”, cioè tra lavoratori di una azienda con quelli di un’altra, si può però affermare che la “gestione” delle due crisi di Air Italy e di Alitalia è stata certamente iniqua dal punto di vista del trattamento economico/previdenziale.

Le due crisi aziendali potevano essere gestite meglio e a minori costi per la spesa pubblica. La decisione del governo di statalizzare le ceneri di Alitalia con la nascita di una nuova compagnia ITA, molto discutibile e priva di prospettive realistiche per un suo effettivo sviluppo e crescita poteva essere gestita molto meglio. L’involucro di Air Italy poteva essere utilizzato per subentrare alla ex Alitalia da parte dello Stato come azionista unico. I costi di avvio di una nuova azienda e il passaggio di certificazioni, autorizzazioni e di nuove sedi sarebbero stati risparmiati. Non solo ma alla data del passaggio dalla ex Alitalia ad Air Italy del 15 ottobre scorso la perdita di prenotazioni e di utenza non sarebbe stata massiccia come invece è accaduto. In più si sarebbero evitati costosi scioperi e la perdita di immagine della nuova compagnia, compagnia che assomiglia in tutto e per tutto alla vecchia Alitalia e di veramente nuovo ci sarà solo, gradualmente, il colore (azzurro) degli aerei.

La soluzione di acquisire Air Italy non avrebbe portato a questa assurda situazione di 1.350 licenziamenti con effetto effetto immediato. La conclusione della vertenza era stata di fatto annunciata già il 29 dicembre 2021, quando i commissari liquidatori della compagnia (che ha sede all’aeroporto Olbia-Costa Smeralda e base operativa presso quello di Milano-Malpensa) non si erano presentati al tavolo con il governo e i sindacati.

La fine del vettore sardo-qatariota nato una sessantina d’anni fa per volontà del principe Aga Khan come Alisarda (con trasformazioni successive in Meridiana, Meridiana Fly e Air Italy) è avvenuta il 31 dicembre 2021. Un possibile un intervento immediato del governo per bloccare la procedura e scongiurare la tragedia sociale che si sta consumando non c’è stato. Del resto perché tenere in piedi una compagnia che farebbe concorrenza proprio ad ATI di proprietà dello Stato? Perché 2 anni fa quando l’Alitalia era commissariata e il governo già programmava il salvataggio statale non ha pensato all’acquisizione di Air Italy? Due pesi e due misure sono stati utilizzati dal governo in questa partita.

Dopo 20 mesi di cig ora ai dipendenti di Air Italy non restano che due anni di Naspi (indennità di disoccupazione). L’Alitalia invece è stata in cig per 20 anni con trattamenti d’oro. Perché gli ex addetti di Alitalia (quasi 5mila), non ancora assunti da ITA, possono rimanere in cig fino alla fine del 2023 con una apposito emendamento della legge di bilancio e quelli di Air Italy no? Questo è stato un privilegio riservato solo ad Alitalia, la lunga cassa integrazione e gli aiuti di Stato hanno tenuto in vita un carrozzone consociativo e clientelare per 20 anni che via via perdeva mercato ma macinava debiti. Visto che il governo aveva con legge di bilancio mantenuto la cig per gli ex Alitalia (non lasciando indietro nessuno) si poteva procedere alla assunzione del personale Air Italy licenziato e senza ammortizzatori sociali. Ati si trova con un concorrente in meno sul mercato italiano, forse è per questo che lo Stato azionista di Ita non ha fatto un gesto per salvare Air Italy?

Qualcuno al governo aveva pensato di proporre nella legge di Bilancio una minima riduzione dall’80 al 60% dell’integrazione salariale per gli ex Alitalia in cassa, cioè di passare da un assegno della cig di 900 euro e l’80% del salario percepito mensilmente nell’ultimo anno cioè dai 2mila ai 5mila euro a seconda dei casi, dell’anzianità di servizio e della qualifica tenuta dal lavoratore. Invece neppure questo minimo rigurgito di equità si è consumato visto che la stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti non può godere di questa integrazione.

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