Il tema della lotta alla criminalità mafiosa è quasi scomparso dalle agende e dai programmi della politica. Ormai ci conviviamo, questa è la verità. Non ci facciamo più caso. È una cosa gravissima, e la colpa è della politica. Questo non è il solito leit motiv complottistico secondo cui “i politici sono tutti mafiosi” o “il vero capo della mafia è il governo”. In realtà, la maggior parte dei politici italiani non ha nulla a che vedere con le consorterie mafiose, e meno che mai il governo può essere accusato di comandare Cosa nostra o la ‘ndrangheta. Ma fra politica e mafia un legame esiste, e affonda le radici nella storia: l’una non può vivere senza l’altra.

Questa corrispondenza biunivoca nacque tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900. Le protoconsorterie mafiose erano profondamente presenti fra la gente, tanto da essere in grado di convincere il popolo a fare quello che gli si comandava. Fu questo il motivo per cui la politica cominciò a interessarsi alla mafia. Intuì che la forte presa dei picciotti sulla gente avrebbe potuto convogliare molti voti utili a fare eleggere politici “amici” locali e nazionali. E così fu. Già dalla fine dell’800, infatti, vari esponenti della politica furono eletti grazie ai voti mafiosi: il filo rosso che la lega alle mafie è cominciato così, e non si è ancora spezzato.

La sopravvivenza e il successo della mafia è dovuto proprio a questo connubio, un’intesa diventata talmente fisiologica da essere giunta alle cronache giudiziarie dei nostri giorni. È proprio questa commistione fra mafia e politica ad aver generato l’ossessiva ricerca della sovranità, che è uno dei caratteri essenziali delle organizzazioni mafiose. Penetrando nel mondo della politica, la mafia mira a ottenere la sovranità su alcuni territori e, in ultimo, sulla nazione intera. I picciotti, avendo compreso che i politici avevano bisogno di loro, capirono che, sapendoci fare, sarebbero potuti entrare nei gangli del potere governativo. Rileggendo la storia delle inchieste eccellenti su Cosa nostra e ‘ndrangheta, notiamo molti indizi che rendono questo scenario realistico.

Ma se la mafia prospera è spesso anche colpa delle dimenticanze dell’azione di governo. Quando lo Stato, dolosamente o per superficialità, viene meno a promesse e doveri che incidono sulla quotidianità della gente, allora si lascia campo libero all’azione della mafia, che riempie quei buchi con la propria potenza economica. È un meccanismo diffuso ma quasi invisibile. Per quale motivo la politica certe volte è talmente “distratta” da dimenticare di mantenere la parola data? Per confusione? Per disorganizzazione? Per quel pazzesco agglomerato di sigle partitiche che è il nostro Parlamento? Per la confusione di quel continuo turn-over di gente che va e viene da Camera e Senato? Per non scontentare gli elettori di questo o quel partito e avere mezzo punto in più nei sondaggi? Per favorire direttamente le organizzazioni mafiose?

Forse la verità è un po’ in tutti questi fattori. Se lo Stato fosse meno “disattento”, infatti, la mafia non avrebbe più buchi da coprire con i propri capitali e perderebbe spazi importanti. Dovrebbe essere questo uno degli obiettivi di una politica onesta e seria, e non inseguire il consenso del popolo delle osterie per racimolare qualche voto.

Oggi la politica italiana non affronta con la dovuta attenzione la questione mafiosa. Eppure queste organizzazioni sottraggono alle casse dello Stato fra i 150 e i 200 miliardi di Pil all’anno, distruggendo l’economia legale e impoverendo il paese. La politica ormai si interessa solo a ciò che si vede nelle strade e quindi cavalca le paure, mirando a spaventare la gente per poi dire “io vi salverò!”, e parliamo, oggi, dell’immigrazione o del Covid-19. Tutto questo è utile in cabina elettorale, in quanto pesca voti nelle ansie o, come si dice, nella “pancia del paese”.

La mafia non si vede e non si sente, è una precisa e subdola strategia. Schiaccia la gente, che per paura tace, quindi è ignorata da una politica interessata a ottenere il sindaco di uno sperduto paesino di ottocento abitanti o un avanzamento nei sondaggi di un talk-show. Stato e mafia convivono, è inutile girarci intorno. La mafia è un’attrazione turistica, d’altronde a Palermo si vendono le magliette con la faccia di Marlon Brando nel “Padrino”. Alla mafia ci siamo abituati, non ci facciamo più caso, anzi siamo quasi orgogliosi di avere il copyright di un prodotto esportato e imitato dalla malavita di tutto il mondo.

Se volesse, però, la politica potrebbe fare molto per contrastare il fenomeno. Campagne di sensibilizzazione nelle scuole e nelle università. Pubblicità sociale sui media. Creare un organismo nazionale ramificato in tutti i capoluoghi di provincia che, prendendo il posto di DNA, DDA e DIA, inglobi pubblici ministeri, appartenenti alle forze dell’ordine, economisti, sociologi, psicologi. Un organismo che, in altri termini, sia in grado di assumere tutte le possibili iniziative giudiziarie, investigative, sociali, economiche e sociologiche per eliminare le associazioni mafiose. C’è la necessità di creare un ministero ad hoc? Lo si crei, allora.

La mafia non è solo cultura militare, è anche ricerca del consenso sociale, perciò non si combatte solo con le perquisizioni e i provvedimenti di cattura, ma anche ascoltando i cittadini ed educandoli al rispetto degli altri e delle leggi. Non basta mandare i migliori investigatori e magistrati nelle zone mafiose e poi scrollare le spalle e dire “Vedete quanto siamo stati bravi? Vi abbiamo mandato i migliori, ora che se la vedano loro”. È una guerra, e quando una guerra la si vuol vincere le cose devono essere fatte seriamente. Ma la domanda è: vogliamo davvero vincerla?

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