In Italia i monumenti e siti archeologici statali sono più di 500, ma la possibilità di visitarli è tutt’altro che scontata. All’interno della Direzione generale Musei, alla quale si accede dal portale del ministero della Cultura ci sono tutti. Suddivisi per Regioni. Naturalmente, “ad eccezione delle regioni a statuto speciale Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Sicilia che gestiscono e coordinano musei, aree e parchi archeologici e monumenti del proprio territorio”. Tra i 406 che includono, oltre ad aree archeologiche, musei, palazzi e Castelli che espongono materiali antichi e medievali, c’è da perdersi. Luoghi diversi per caratteristiche e appeal. Anche nel 2020. Alcuni celebri, altri invece noti solo agli studiosi e a qualche curioso. Quindi molto visitati, oppure meta di pochi. Dal Parco archeologico del Colosseo con oltre 1 milione di ingressi al Museo Archeologico Nazionale Palazzo Rocca di Chiavari con 126.

I grandi flussi continuano a premiare i luoghi della cultura consueti. A parte rarissime eccezioni, gli stessi che da anni si trovano nella top 30 per visitatori di Istituti a pagamento. Anche per questo non ci si può stupire dei numeri più che esigui della gran parte degli altri siti. Come dei 7 visitatori dell’Area Archeologica Santu Pedru, ad Alghero, oppure dei 180 dell’Area archeologica di Potentia a Porto Recanati. Dei 108 dell’Antiquarium di via del Seminario a Trieste come dei 272 del Teatro romano di Teanum Sidicinum. I casi simili abbondano. Ma a pesare sulla scelta sono anche le condizioni di fruibilità. Delle quali, peraltro, non sempre è agevole avere informazioni certe. Soprattutto, aggiornate. Neppure “andando” nelle sezioni del portale del Ministero dedicate ai Luoghi della Cultura e alla Direzione Generale Musei. Che rimandano ai siti delle Soprintendenze di competenza, nei quali però non sempre le ricerche risultano agevoli.

Quindi seppur con una certa approssimazione sembra possibile rilevare differenze sostanziali. Sia regionali che locali. Innanzi tutto ci sono i luoghi chiusi, “temporaneamente” secondo il Ministero della Cultura. In realtà, non infrequentemente, da anni. Sono 54, pari al 13,3% del numero complessivo. Poi ci sono quelli aperti parzialmente. Esclusivamente in alcuni giorni. Sono 16, pari al 4,4%. Più numerosi quelli “Visitabili su richiesta, prenotando” ad un numero telefonico oppure inviando una email. Al momento sono 44, pari al 10,8%. Ancora, ci sono i siti “visitabili in occasione di aperture straordinarie”. Come lo Stadio di Antonino Pio, a Pozzuoli, l’Area archeologica di Gabii e il Tempio cd di Minerva Medica a Roma. A completare il quadro contribuiscono i circa 20 siti “Accessibili liberamente”. Nei quali non è contemplata la presenza di addetti alla custodia, vigilanza e accoglienza. Perché in fondo il problema della fruibilità sembra strettamente connesso proprio alla mancanza di personale. Che perdura da tempo.

“Siamo perfettamente consapevoli che tanti Luoghi della cultura sono in sofferenza. Costretti ad aperture parziali. Che non facilitano la fruibilità. Proprio in considerazione della rilevata scarsità di risorse umane in forza a Musei ed antiquarium, aree archeologiche e Palazzi storici, il Ministero ha avviato la Procedura per il reclutamento di 500 unità di personale nel profilo di operatore alla custodia, vigilanza ed accoglienza. Ma si provvederà anche ad altro”. Mattia Morandi, Capo Ufficio stampa e Comunicazione del Mic, è perentorio. D’altra parte la speranza che la criticità si risolva é più che condivisa. Anche se l’osservazione più particolareggiata dei dati qualche preoccupazione la provoca. Perché evidenzia realtà complesse nelle quali il nuovo personale rischia di essere come una goccia nell’oceano. Insomma realtà di difficile risoluzione. Come quella riguardante i siti chiusi.

Nessuno in Molise, su 9, e Liguria su 5, ma ben 24 su 91 in Campania. Un 26,3% che aldilà del dato numero salta agli occhi perché, oltre a includere siti “importanti”, come il Museo archeologico dell’agro atellano, il teatro ellenistico-romano di Sarno e l’area archeologica di Aequum Tuticum, chiusa dal 2012, sembrano concentrarsi nel Parco archeologico dei Campi Flegrei. Con l’Anfiteatro Flavio, le Necropoli di via Celle, quella cd. di San Vito e gli Ipogei del fondo Caiazzo, a Puteoli, il teatro romano e il Sacello degli Augustali a Miseno. Cinque chiusure, su 25 in Abruzzo, pari al 20%. Cinque chiusure pari al 19,2% su 26 anche nelle Marche. Dove si segnala il Museo archeologico statale di Urbisalvia, “Temporaneamente chiuso al pubblico per lavori post sisma”. Quello del 2016. Nel Lazio 4 chiusure su 62, pari al 6,4%. Una menzione la merita il Museo della Civiltà Romana, all’Eur, che ha sbarrato gli ingressi a gennaio 2014. Da allora, tra ricorsi, spese impreviste e problemi di sicurezza, non è visitabile. Anche se di recente qualcosa si è mosso, grazie all’impegno di gruppi di cittadini che si battono per la riapertura organizzando giornate di pulizia volontaria degli spazi.

In Friuli Venezia Giulia 3 chiusure su 16, pari al 18,7%. Invece due chiusure, su 12 per un 16%, in Veneto e in Umbria e su 15 per un 13% in Toscana. Infine una chiusura per Basilicata su 15, pari al 6,6%, su 25 pari al 4% in Calabria, su 17 pari al 5,8% in Puglia, su 16 pari al 6,2% in Emilia Romagna e su 46 pari al 2,1% in Sardegna.

Tra i siti aperti parzialmente, da un massimo di tre ad un minimo di un giorno, figurano i 5 del Lazio, i 4 del Veneto, i 3 dell’Emilia Romagna, i 2 dell’Abruzzo e della Lombardia e uno della Toscana. La situazione dei Luoghi aperti su richiesta è più articolata. Con Puglia e Piemonte che presentano un unico caso ciascuna. Come il Molise, dove “il Museo archeologico di Venafro potrà essere visitato, durante l’orario di visita antimeridiano, esclusivamente tramite prenotazione oppure tramite chiamata diretta. L’accessibilità potrebbe essere limitata ad alcune fasce orarie in base al numero di prenotazioni e alla disponibilità del personale in servizio presso Castello Pandone”. Insomma chi andrà al Museo archeologico deve sperare in pochi visitatori. Due casi per la Calabria e tre per Friuli Venezia Giulia e Sardegna. Il Lazio ne ha cinque, tra cui la Piramide di Caio Cestio a Roma e la Villa di Orazio a Licenza. In cima alla speciale classifica, le Marche con 11 siti tra i quali il Teatro romano ad Ascolo Piceno per il quale bisogna “telefonare con 2 giorni di anticipo all’Ufficio Informazioni Turistiche” e la Campania con 15. Comprendenti aree archeologiche come quelle di Eboli, di Compsa e di Cales e singoli monumenti come l’anfiteatro di Cuma e il tempio di Diana a Baia.

C’è molto da fare e lo è da anni. “La difficoltà è gestire con poco personale e fondi non abbondanti un patrimonio disperso sul territorio con problemi molto diversificati, dalle manutenzioni ed eventuali scavi nelle aree archeologiche alle aperture di queste sedi e dei musei, con scarso personale per i turni”, spiega Luigi Malnati, Direttore Generale alle Antichità del Mic dal 2010 al 2014 e già Soprintendente archeologo di Marche, Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia. “Ad esempio, la Direzione Musei dell’Emilia Romagna deve occuparsi contemporaneamente dell’area archeologica con Antiquarium di Veleia sull’Appenino piacentino, dei Castelli di Canossa nel reggiano e San Leo nel riminese, ma anche del Mausoleo di Teodorico a Ravenna, dei Musei Nazionali a Ferrara e Ravenna. Senza contare che diversi musei archeologici e aree archeologiche sono dirette da storici dell’arte”. E in attesa che il nuovo personale prenda servizio nelle sedi assegnate e vengano decise ulteriori procedure selettive, c’è d’armarsi di molta pazienza. Programmando la visita dove è possibile.

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