Tutti guardano al dito e nessuno alla luna. Quando è iniziata la pandemia il governo ha imposto lo smart working ai dipendenti della pubblica amministrazione e ai lavoratori del settore privato, per cui siamo passati in un attimo da 221 mila smart worker nel 2019 a 1,8 milioni nel 2020 (dati Bankitalia). Nel 2021 il governo Draghi ha confermato l’utilizzo dello smart working ai dipendenti pubblici che ne faranno richiesta, senza nessun limite, e il provvedimento varato dal ministro Renato Brunetta (pubblica amministrazione) entrerà in vigore nel 2022. L’orientamento è lavorare in ufficio tre giorni a settimana e il resto a casa, oppure in qualunque altro luogo. Sì, perché la legge 81 del 2017 che regola il “lavoro agile” dice che il datore di lavoro non può mettere vincoli di orari e di luogo al dipendente in smart working. In pratica, si può lavorare ovunque sia disponibile un computer connesso a internet.

Secondo la Rome Business School entro il 2022 in Italia ci saranno 10 milioni di smart worker. Questa tendenza è confermata anche dal World Economic Forum, che entro il 2030 prevede che l’83,5% della forza lavoro mondiale lavorerà “agilmente” da remoto. Quindi 1,8 miliardi di lavoratori saranno in smart working.

Con quali conseguenze sulla salute? Nel mio nuovo libro, Lo Smart Working aumenta il TecnoStress, elenco 18 pericoli per chi lavora da remoto, connesso da casa o in altri luoghi. Sono rischi concreti che mandano in tilt la salute mentale e fisica, oltre a minare la capacità di lavorare e produrre un reddito.

Qualche esempio? Lo smart working può favorire l’insonnia e il cervello va in affanno. La mente è annebbiata, la concentrazione si abbassa e dunque anche la produttività. Oppure: lo smart working fa ingrassare e stanca il doppio. Perché? Semplice: lavorare da casa ci rende più liberi di mangiare spesso (e male) per compensare la fatica con il piacere della gola. Alla base di questo meccanismo ci sono due fattori:

1) il maggiore consumo di carboidrati e zuccheri che provocano picchi di insulina per abbassare la presenza di glucosio nel sangue, ma allo stesso tempo aumenta la produzione di adipe (grasso);

2) l’aumento del TecnoStress provoca l’impennata di cortisolo (ormone dello stress) che poi altera il metabolismo (tendenza a ingrassare) e favorisce l’iperglicemia (sensazione di stanchezza, confusione mentale, perdita momentanea di memoria).

Il TecnoStress è una malattia professionale riconosciuta da Inail (Istituto nazionale assicurazioni contro infortuni sul lavoro) e da una sentenza della Procura di Torino nel 2007. Provoca seri danni alla salute: mal di testa, calo della concentrazione, disturbi cardiaci, iperglicemia, patologie gastrointestinali, dermatiti, insonnia, attacchi di panico, ipertensione, depressione. Non si scherza, direi.

Lo smart working fonde e confonde i confini tra il tempo lavorativo e il tempo privato: in entrambi i casi utilizziamo la tecnologia digitale connessa a internet e ci sembra di non staccare mai. A casa, poi, le distrazioni aumentano. Soprattutto per le donne che hanno figli. Quindi, attenzione: lo smart working può diventare una trappola. Si rischia il sovraccarico informativo cerebrale (sindrome da information overload) o la internet dipendenza (Iad, internet addiction disorder) una malattia psichiatrica riconosciuta nel Dsm V (manuale mondiale malattie psichiatriche).

Il governo conosce questi pericoli quando favorisce lo smart working? Ora che si parla di nuove restrizioni, zone gialle, lavoro agile e prolungamento dell’emergenza, siamo sicuri che i lavoratori italiani siano al riparo dal virus ma poi rischiano di ammalarsi di TecnoStress? Ritengo ci sia una distanza notevole tra ciò che prescrive l’attuale normativa per la sicurezza nei luoghi di lavoro (decreto legge 81 del 2008 e decreto legge 81 del 2017) e la realtà concreta. Del resto, si può definire luogo di lavoro la casa del dipendente? Oppure il bar dove ci fermiamo a lavorare un’ora con il computer portatile? E poi: in che modo gli ispettori del lavoro devono controllare che i lavoratori rispettino i limiti imposti nel lavoro agile (pause ogni due ore e disconnessione ogni 11 ore)? Ho proprio l’impressione che il governo abbia guardato il dito e dimenticato la luna.

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