Qualche riflessione a margine del 39° Torino Film Festival (TFF) concluso poco più di una settimana fa può aiutare a guardare anche alla situazione generale del cinema.

I dati finali riguardanti le presenze e gli incassi al TFF (diffusi in ritardo) mostrano una realtà difficile che è lo specchio della crisi di pubblico che stanno vivendo le sale cinematografiche. Quest’anno le presenze sono state 32.900, nel 2019 – ultimo anno prima del Covid – erano state 61.000. E’ vero che alle presenze dal vivo vanno aggiunte le 7.300 presenze realizzate grazie alla collaborazione con MyMovies. Ma, anche contando questo dato, il totale supera di poco le 40.000 unità, vale a dire i due terzi delle presenze registrate due anni fa. Quel che più fa pensare è il fatto che l’anno scorso, nell’edizione 2020 tutta online, le presenze erano state 48.600, cioè un buon venti per cento in più rispetto a quest’anno. Si va verso festival di cinema online?

Il cinema è in crisi nella sua forma tradizionale. Le sale chiudono a grappoli: l’ultimo cinema a chiudere a Roma è stato il Roxy, nel quartiere Parioli, qualche anno prima nello stesso quartiere lo aveva preceduto lo storico Embassy. Il quartiere è rimasto senza cinema, e gli abitanti provano a resistere con petizioni online, destinate purtroppo a un quasi sicuro fallimento.

Giorni fa Luciano Stella, produttore napoletano a capo di Mad Entertainment (Gatta Cenerentola tra gli altri) e già titolare del Modernissimo, una delle migliori multisale del capoluogo campano, ha lanciato un grido d’allarme per i destini dell’esercizio. Ha cominciato facendo i nomi delle sedici sale defunte in città, dotate a volte di nomi da universo del sogno (Empire, Abadir, Ariston) ma incapaci di far sognare ancora. Nel centro di Napoli ormai resistono pochi avamposti come il Filangieri, lo stesso Modernissimo, il Metropolitan, qualche storica monosala, altre piccole realtà. La stessa cosa vale per quasi tutte le città d’Italia, per non parlare dei centri minori dove ormai il cinema è scomparso, sostituito ogni tanto dalle multisale periferiche.

Guardare i dati settimanali è desolante: ogni lunedì i report annunciano la Caporetto del fine settimana precedente, con dati ormai più o meno stabili che indicano un calo rispetto al 2019 che si attesta intorno al sessanta per cento, sia in termini di incassi che in termini di spettatori. La sala allontana il pubblico, a meno che non ci siano occasioni particolari: la dimensione feriale del consumo è stabilmente trasferita sullo streaming. Wim Wenders parla di una “crisi esistenziale” del cinema. E tuttavia, lo scriveva anni fa Jacques Aumont, quello che oggi resta del cinema è il senso di qualcosa di essenziale attraverso il contingente, quella “verità” che Wenders indica come patrimonio del cinema. Per questo il cinema non muore nonostante le sue crisi. Ma questo non è legato né alle sale né ai festival, sul futuro dei quali bisogna interrogarsi.

I grandi festival sono luoghi di scambio e di mercato, oltre che cassa di risonanza per costruire attese: non a caso le due categorie privilegiate che quei festival accolgono sono gli operatori dell’industria e la stampa. I piccoli e piccolissimi festival disseminati dappertutto sono eventi autoreferenziali, che funzionano attorno alla presenza più o meno occasionale di qualche star o presunta tale. I festival intermedi come TFF hanno fatto della cinefilia e dunque della compresenza e dello scambio tra spettatori la loro immagine di marca. Non a caso mettono (quasi) al bando tappeti rossi e glamour.

Torino fino a due anni fa viveva intensamente l’appuntamento annuale, le sale erano piene anche la mattina, i torinesi ne erano parte viva. Quest’anno lo spettacolo era cambiato, anche a causa della totale dematerializzazione dei biglietti, che ha tolto punti di aggregazione: sale piene a metà, incasso più che dimezzato (106.000 € contro 234.000 del 2019), meno accrediti, meno incontri, anche per gli addetti ai lavori. Abolita la sala stampa, e il fatto è significativo: fino a due anni fa ci si trovava con colleghi nelle pause per parlare dei film, di cosa si era visto, di cosa non andava mancato ecc. Ora niente. La dematerializzazione è un bene per certi versi, un male per altri.

I festival di cinema sono a un bivio: anche Cannes, Venezia e Berlino dovranno porsi il problema. Ma il TFF, che ha sempre fatto della complicità con i giovani e la città una sua bandiera, deve porselo prima e più degli altri.

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