Se Daniele Gaglianone non esistesse bisognerebbe inventarlo. La sua carriera di cineasta priva di compromessi, sempre politicamente nitida, non ha eguali negli ultimi trent’anni del nostro paese. Con Il tempo rimasto Gaglianone ci accompagna in un viaggio percettivo libero, senza una vera meta a tesi. Osservazione, ascolto, immagine, dettaglio, poesia. Protagonisti del collage che si amplia gradualmente, che prende sostanza e concretezza minuto dopo minuto, che fiorisce come una gemma testimoniale dello spirito e dell’esistenza, sono alcune signore e signori anziani che raccontano stralci della loro vita di bambini, adolescenti, ragazzi del Novecento. Non ci sono le famigerate sovraimpressioni, non c’è necessità di nominare e collocare alcunché, perché in questa ricca fascinosa riemersione del ricordo, tra fotografie seppiate e scolorite, oggetti d’epoca, lampi descrittivi della parola, è come se il passato si facesse racconto del presente, diventasse una specie di sceneggiatura vissuta di un racconto che sembra immaginato.

Ci sono la miseria e la sopravvivenza povera della campagna, l’alfabetizzazione scolastica, la fatica dei campi e qualche ambizione di città, la palpitazione dei sentimenti e la prima permanente dal parrucchiere, le violenze del Ventennio e la discriminazione razziale. Ma anche le doti professionali intuite da qualche maestro accorto e la straordinaria possibilità di mostrare ancora in terza età con delle manine ossute e incartapecorite di saper ancora suonare un pianoforte come Glenn Gould. La macchina da presa di Gaglianone (montaggio di Enrico Giovannone, preziosissimo) è come incantata davanti alla sorpresa del particolare, in bilico tra ascolto rapito e commozione. “Ne Il tempo rimasto è più importante perdersi che arrivare a destinazione. Il tempo rimasto è un’elegia alla vita che se ne va e a quella che resta nascosta da qualche parte, in attesa d’essere raccontata ancora”, spiega Gaglianone a cui lasciare la parola è spesso come lasciare accesa la macchina da presa. Il Tempo rimasto fa parte di un progetto di raccolta delle memorie vive del 900 in collaborazione con Luce Cinecittà.

Ci vuole un bel coraggio a girare un film sinceramente antimperialista e indipendentista nel 2021. Il regista Davide Ferrario (Dopo Mezzanotte), a dire il vero, ha detto sì ad un’offerta produttiva altrui – la statunitense Electric Entertainment, con tra gli executive anche il Roland Joffé di Mission – come questo Blood in the crown, robusto tratteggio di ciò che accadde sull’isola di Malta il 7 giugno 1919 quando la popolazione locale tutta, dai portuali alla borghesia cittadina, insorse contro soldati e governatorato inglese. Il cast, almeno a livello di alti militari inglesi, è stellare con Harvey Keitel nella parte del silente generale Blair e di Malcolm McDowell in quella del perfido colonnello Saville. Per il resto, nonostante i nasini storti della critica che conta, Blood on the crown è un film ampiamente riuscito. Certo non diventerà storia del cinema, ma quello che deve funzionare, funziona perbene.

I classici subplot o sottotrame dei film di guerra hollywoodiani, intanto, sono opportunamente delineati sia tra i rivoltosi maltesi (la borghesia locale in doppiopetto che si unisce con dichiarazioni altisonanti e dall’altro lato giovani irredentisti e plebe che menano con i bastoni) che tra i colonialisti occupanti (il ristretto gruppo di ufficiali che prende le decisioni e i soldatini che sparano alcuni come pazzi altri con più riserve sulla folla). Insomma l’escalation di rivolta contro i soprusi e lo sfruttamento della corona britannica sull’isolotto mediterraneo che la storia registrò il 7 giugno 1919 viene riprodotta in maniera organica e tesa, emotivamente credibile e perfino politicamente partigiana, soprattutto nella temporanea crisi di coscienza del nerboruto fante inglese. Lo spazio dello scontro in pieno esterno giorno, tra vicoletti e cunicoli, o in angusti spazi interni, fa la sua parte scenica e vive di una ricostruzione naturalistica in effetti digitali in postproduzione ma di cui non se ne riconosce traccia. Infine, la rivolta venne bloccata nel sangue, con baionette a infilzare decine e decine di persone disarmate. I prigionieri vennero mandati ai lavori forzati, ma la rivolta maltese che si affiancò a livello temporale con quella irlandese, fu tra le più importanti e meno note, tra quelle che vollero scacciare il violento e razzista colonialismo inglese.

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