L’emergenza è la nuova normalità e richiede la comunicazione di guerra, ovverosia la propaganda: ce lo ha detto Mario Monti, ex presidente del consiglio italiano, senatore a vita e uomo di punta dell’élite europea.

Che significa tutto ciò? Bisogna dosare l’informazione, limitarla, agire meno democraticamente; insomma è lecito, anzi è necessario poiché siamo in guerra, sopprimere l’informazione. Siamo in guerra? Come quella che ha raso al suolo quasi tutta la Siria o quella che per vent’anni ha piagato l’Afghanistan? Nelle guerre, ricordiamocelo, muoiono centinaia di migliaia di persone, a volte anche milioni, non sono questi i numeri del Covid. La lotta alla pandemia non è una guerra, è un’altra cosa e va gestita come una pandemia: che si introduca l’obbligo del vaccino e così la facciamo finita. Nelle guerre c’è l’opzione della leva obbligatoria, nelle pandemie c’è quella dell’obbligo del vaccino.

Le dichiarazioni di Monti sono un altro chiodo ben piantato nella bara della divulgazione della verità e della professione del giornalista. Accanto alle fake news delle sette politiche come QAnon e a quelle dei social media, ecco la conferma della propaganda che viene fatta dalla politica vera, quella che si fa in parlamento da coloro che noi cittadini abbiamo eletto.

Per chi vive all’estero, lontano dalla giostra dei talk show italiani, frasi come “rendere l’informazione meno democratica” fanno venire i brividi perché ci ricordano i danni provocati dalla propaganda fascista e da quella sovietica. Sono immagini che disturbano, che fanno riflettere sulla natura della democrazia italiana che ha bisogno di mentire. Cosa c’è dietro questo atteggiamento? La certezza che di fronte alla verità il popolo volti le spalle allo stato? È questo che sottintende Monti?

Se un ex primo ministro britannico avesse affermato che è necessario rendere l’informazione meno democratica alla Bbc, in primis i giornalisti lo avrebbero messo in seria difficoltà. Monti invece ha continuato a spiegare il suo punto di vista senza alcuna ostilità da parte di chi lo intervistava, al contrario, stimolato dalla loro curiosità. Nel Regno Unito sarebbe anche scoppiato il putiferio in parlamento, si sarebbe aperta un’indagine, le parole contano, pesano, sono importanti specialmente se pronunciate da chi fa politica, e Monti in quanto senatore a vita è un politico, se non vuole essere giudicato come tale allora si dimetta.

Le parole contano anche e soprattutto per chi fa informazione.

In Italia l’informazione, specialmente quella televisiva, è principalmente uno spettacolo. È questa l’eredità di Berlusconi, un’eredità che nessuno vuole ammettere che esista ma che tutti hanno ricevuto e a cui nessuno ha voglia di rinunciare, perché comporta potere e denaro, una doppietta satanica.

Intorno a una rosa di giornalisti televisivi, molti dei quali sono ormai mummificati dopo anni e anni trascorsi negli stessi studi, alla conduzione degli stessi spettacoli, ruotano piccole bande di ospiti. Anche loro sono sempre le stesse, perché chi ne fa parte piace ai telespettatori. La verità e l’informazione non fanno parte del copione: tuttologi, opinionisti, influencer, divi dei talk show, chiamiamoli come vogliamo, non raccontano la verità ma quello che vogliamo ascoltare per distrarci.

Se l’informazione è spettacolo e la politica pure allora si può dire tutto e di più, perché l’obiettivo non è raccontare la verità e fare politica vera, ma far trascorrere ai telespettatori qualche ora davanti al televisore e rafforzare le loro convinzioni. E così, affermare che dopo due o tre vaccini contro il Covid siamo in guerra e si rende necessario sopprimere la verità per impaurire lo zoccolo duro dei no vax passa come una frase logica, sensata.

Rinunciare al diritto alla verità è rinunciare alla democrazia, in pace come in guerra. La divulgazione della verità può essere ritardata per motivi strategici durante un conflitto ma mai e poi mai è giustificato sopprimerla, alterarla, renderla inaccessibile. Questo tipo di manipolazione lo fanno i dittatori: qualcuno lo spieghi a Monti.

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