Direttore Principale Ospite dell’Orchestra della Toscana e Direttore Principale dell’Orchestra Milano Classica, Beatrice Venezi è membro della Consulta Femminile del Pontificio Consiglio per la Cultura per il triennio 2019-2021 e tra le poche donne al mondo a dirigere orchestre a livello internazionale: dal Giappone alla Bielorussia, dal Portogallo al Libano, dal Canada all’Argentina, dagli Stati Uniti all’Armenia. Beatrice Venezi, oltre ad essere brava è anche bella e questo “ha creato e le sta creando problemi”. Non è un caso che il direttore abbia voluto dedicare il suo ultimo album “Heroines” (uscito pochi giorni fa) all’empowerment femminile. L’album raccoglie Preludi, Sinfonie, Intermezzi e Suite orchestrali tratte da opere che presentano famose figure femminili come Giovanna d’Arco, Isotta, Evita ma anche Medea, infanticida dei propri figli, Maria de Buenos Aires, nata “un giorno in cui Dio era ubriaco” e Lady Macbeth di Shostakovich.

Ha definito il suo disco “l’antidoto perfetto al politically correct”. Perché?
Queste donne e queste eroine e anti-eroine hanno in comune la tenacia, perseveranza, il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo ma anche la resilienza per parlare fuori dal coro e agire fuori dalle convenzioni della società. Non temono il giudizio sociale e l’emarginazione, sono consapevoli delle conseguenze, pronte a pagarne il prezzo. Pensiamo di essere più liberi che mai, ma non lo siamo e dobbiamo stare attenti anche a come si pronunciano le parole, per non offendere qualcuno, nessuno lo vuole fare. Però è vero che siamo giudicati per qualsiasi parola che diciamo. Quindi queste donne ci ricordano la potenza della libertà.

Cosa ne pensa del politically correct?
Sono per la libera espressione contro i dettami pre confezionati che la società vuole imporre. Questo album è un inno alle donne che non hanno paura di esprimere le proprie idee.

Nella società di oggi fanno fatica ad esprimersi?
Le donne spesso e volentieri non hanno la reale libertà di autodeterminarsi e lo vediamo dalle piccole cose di tutti i giorni. Le differenze tra uomo e donna si è accentuata soprattutto nel periodo post lockdown. Molte donne hanno perso il posto di lavoro e ancora oggi una donna deve scegliere – perché non ha altri sostegni – tra carriera e famiglia. Siamo ancora oggi vessate in una società che pende a vantaggio degli uomini. C’è una grande attenzione tematiche femminile, ma all’atto pratico non c’è. C’è stata la Giornata contro la violenza donne ma mi chiedo: in concreto che cosa si fa? È drammatico il numero di donne che chiedono aiuto e non lo ricevono. Donne che vengono uccise nonostante numerose denunce nei confronti dell’omicida.

Quale tra le sue eroine più ti assomiglia?
È difficile rispondere, ognuna di loro mi ha lasciato qualcosa. Però forse direi la Lady Macbeth di Shostakovich, una donna vessata e abusata che si conquista la propria libertà con l’omicidio. Questa opera è stata anche censurata in Russia perché regala l’immagine di una donna che si ribella alla società. È stata considerata eversiva dal regime comunista.

Quanto ancora c’è da fare affinché il ruolo della donna sia pienamente conosciuto in tutti gli aspetti della società e del lavoro?
C’è tanta strada, ci sono piccoli e grandi atti concreti che si possono fare. Ad esempio, puntare alla parità salariale tra uomini e donne che ancora non c’è. Bisogna riconoscere il lavoro indipendentemente dal genere.

Vuole essere chiamata Direttore d’orchestra e non direttrice. Trova sia discriminante?
Sì, la differenziazione dell’aggettivo di genere è ghettizzante. È importante riconoscere il valore di una persona nell’ambito del suo lavoro indipendentemente dal genere.

Si è molto parlato della molestia ai danni dell’inviata Greta Beccaglia. Cosa ha provato vedendo quella scena?
Il tifoso lo ha fatto perché pensava che non avrebbe avuto alcuna conseguenza e questo sta alla base di tanti comportamenti sbagliati nella nostra società. Si sentiva titolato a farlo. La cosa che mi ha colpito è stato che la Beccaglia si sia dovuta giustificare perché era carina, come se la bellezza nel lavoro sia un ‘minus’. La bellezza non toglie nulla alla professionalità. A volte sono le donne stesse a giudicare altre donne. Come se una donna che cura il proprio aspetto non possa fare anche formazione e cultura. La donna di cultura – nell’immaginario collettivo – deve essere una donna trasandata per forza. Questo è un retaggio culturale retrogrado.

Essere bella le ha creato problemi?
Mi ha creato problemi e continua a creare dei problemi al lavoro. Spesso quando mi interfaccio con una orchestra percepisco della diffidenza. Magari pensano ‘ma questa ha la metà dei miei anni, che vuole’ e via dicendo.

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