Durante tutto questo mese di novembre si sono moltiplicati gli allarmi, su entrambe le sponde dell’Atlantico, per una inflazione cresciuta troppo in fretta e generata dai giganteschi interventi di politica monetaria e fiscale a supporto delle rispettive economie, bloccate volontariamente in difesa di un killer invisibile che, mutando e moltiplicandosi rapidissimamente, ha già fatto, da solo, forse più vittime nel mondo di entrambe le due guerre mondiali del secolo scorso.

Gli allarmi di maggiore intensità vengono ovviamente dall’America, dove negli Usa il tasso d’inflazione ha già raggiunto il 6,2% in novembre, con l’Unione Europea al 4,4% e il Regno Unito al 4,2%. Ma è solo l’inizio perché, come è stato già discusso nelle settimane precedenti, i piani di intervento sulle rispettive economie si estrinsecheranno con l’impiego di trilioni di dollari (o di euro, o di sterline) e si svilupperanno per circa un decennio.

L’attuale livello inflazionistico non è però imputabile (per ora) a quei programmi, ma al “collo di bottiglia” che si è formato principalmente a causa dei ritardi nelle consegne di prodotti che hanno dovuto scontare le chiusure delle fabbriche o i rinvii nei trasporti dai paesi d’origine.

Il prof. Jeffrey Frankel, docente nella prestigiosissima Università di Harvard, rileva anche il rapidissimo recupero compiuto dal tasso di disoccupazione americano che dal 14,8% dell’aprile 2020 è tornato, in soli 18 mesi, al valore ottimale del 4,6% dell’ottobre 2021 grazie anche ai cospicui interventi di “Helicopter Money” (denaro “a pioggia” per tutti, o quasi) che hanno consentito di mantenere elevata la fluidità della circolazione di denaro anche nelle famiglie, in sostituzione dei mancati introiti da lavoro causati dagli stop produttivi praticati in attesa dei vaccini.

Nella Grande Recessione del 2008, invece – la sofferenza dei lavoratori americani, senza alcuna colpa per quella crisi, è tutta da imputare alle banche d’affari – è durata diversi anni, con un tasso di disoccupazione inchiodato sopra il 10% che ha agevolato solo l’ignobile sfruttamento dei lavoratori più poveri.

I cittadini europei, invece, i soldi “a pioggia” hanno potuto solo sognarli (ma avrebbero fatto un gran bene anche a noi per lo stesso motivo che han fatto bene agli americani). In ogni caso un’inflazione europea al 4,4% dopo un anno e mezzo di chiusure, lavoro a distanza, stringenti vincoli a viaggiare ecc. sostenuti solo con mirati e limitati interventi di contributi pubblici a sostegno, non è certo sufficiente a giustificare nessun tipo di manovra deflazionistica.

Anzi, è vero proprio il contrario, come ho già avuto occasione di sottolineare più volte nei miei articoli. Per esempio in questo del 19/09/2013: Crisi: Rehn-Trichet, facciamola finita con le balle sul debito nel quale evidenziavo la responsabilità di aver avviato la crisi europea proprio a causa di un doppio rialzo del tasso di sconto fatto troppo in anticipo sui tempi, e la susseguente “idiozia economica” di insistere con le politiche di austerity proprio nel momento in cui la crisi era al suo apice. O in quello dell’8/12/2013 Un po’ di inflazione al giorno toglie la crisi di torno.

Ovviamente ci sono anche i casi in cui l’inflazione può fare danni gravi. Ne abbiamo proprio ora un evidente caso ai confini meridionali della nostra penisola: la Turchia, la cui “Lira” ha raggiunto in questi giorni un’inflazione del 20%. E comunque in passato casi micidiali diventati “materia di studio” (p.es. in Sud America) sono stati molti ed emblematici, già citati molte volte. Di solito appartengono a nazioni che cercano di competere nel libero mercato ma sono costrette a farlo contro monete più forti (caso Argentina), oppure che sperano di risolvere le necessità interne stampando moneta ma senza avere il corrispettivo in beni prodotti e venduti.

Quando però a pianificare di stampare moneta in abbondanza sono le grandi economie planetarie, come Usa ed Europa, a copertura di piani di spesa giganteschi come il Build back better per gli Usa e il Next Generation per l’Europa, allora anche ai grandi economisti sorgono dubbi. Per esempio, anche a Raghuram G. Rajan (ex Governatore della Banca Centrale dell’India e attuale docente all’Università di Chicago) viene da chiedersi “How much debt is too much?” (Quanto debito è troppo debito?).

Per la copertura di progetti “faraonici” come quelli di cui sopra, occorre avventurarsi in territori sostanzialmente ancora inesplorati, come quello del Modern Monetary Theory (Mmt) molto “desiderato” dai nuovi “progressisti” americani (come Sanders, la Ocasio Cortez e la Warren) e da me già trattato in precedenza, ma tuttora rimasto sul “teorico” relativamente ai grandi progetti, perché si basa sulla possibilità reale di stampare moneta propria all’infinito a copertura di spese che non sono solo “consumi”. Ma è tuttora sconosciuta (benché preventivabile) la reazione dei mercati nei quali potrebbe prevalere la sfiducia.

Ne danno un prezioso saggio anticipatore quattro grandi economisti come Dugger, Edwards, Galbraith e Rogoff nel mega-articolo Modern Monetary Disagreement, dove Rogoff chiama questa teoria Modern Monetary Nonsense; contestato da Galbraith che la chiama invece M.M. Realism; ma Edwards avverte con M.M. Disaster l’effetto che potrebbe generare questo azzardo; a sua volta contestato però da Dugger con M.M. Inevitabilities per dire che in tempo di guerra (ma si riferisce al 1940) qualcosa del genere è già avvenuto con immensi investimenti senza copertura, che non solo hanno terminato la lunga “depressione” iniziata negli anni ’20, ma hanno anche dato il via ad una crescita poderosa durata circa mezzo secolo.

Il rischio c’è, ed è innegabile, ma un vecchio proverbio dice “Chi non risica non rosica”, si rischia anche restando fermi.

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