Malgrado il fallimentare “Piano rom” della passata Amministrazione, a Roma negli ultimi anni si è registrata una forte diminuzione delle presenze all’interno dei “campi rom”. Secondo gli stessi dati del Comune di Roma, resi pubblici il 15 settembre nel corso di una conferenza stampa, “dai 4.503 residenti nel 2017 si arriva a dicembre 2020 a 2.652 presenze. In poco meno di 4 anni, dunque, le persone uscite dai campi autorizzati sono state 1.851, pari a un calo del 41,1%”. Un decremento significativo che spinge alla domanda: dove sono finite le famiglie nella fuoriuscita dai campi?

Sappiamo con certezza che dove le operazioni hanno fallito è stata la “politica della ruspa” a farla da padrona, con centinaia di persone buttate per strada. Gli insediamenti informali sono aumentati e tanti uomini e donne, con figli al seguito, hanno occupato con i loro camper malmessi, parcheggi e aree sosta. Ma non per tutti è stato così.

Infatti, sempre secondo i dati del Comune di Roma, “sono 65 le famiglie che hanno trovato casa in autonomia. […] Le case popolari assegnate per graduatoria a nuclei familiari residenti nei villaggi autorizzati e tollerati della Capitale sono invece 148″. Fenomeno inedito che merita attenzione: almeno 213 famiglie, pari ad almeno mille persone, autonomamente, utilizzando esclusivamente gli strumenti ordinari quali quelli dell’Edilizia Residenziale Pubblica, hanno compiuto con successo la transizione dal “campo rom” a una abitazione convenzionale. Il tutto sommessamente, al di fuori di “Piani rom”, nel silenzio generale, senza proteste di comitati di quartieri, senza cortei, senza l’eco della stampa.

Eppure quanto avvenuto ieri in via Pergola, nel quartiere di san Basilio, sembra scontarsi con questa narrazione. Un alloggio popolare è stato regolarmente assegnato ad un’anziana coppia residente nell’insediamento di via Salviati ma i residenti, con il coltello tra i denti, ne hanno impedito l’accesso dopo aver cambiato la serratura dell’appartamento. Contestazioni, grida, arrivo delle Forze dell’Ordine, ritiro discreto della coppia e del personale dell’Ufficio Speciale Rom che l’accompagnava.

E qui appare un dettaglio da non sottovalutare: la coppia era accompagnata dagli assistenti sociali di un “Ufficio Speciale” che a Roma sopravvive da un quarto secolo e la cui funzione è dedicarsi alle questioni che interessano le comunità rom. Un Ufficio etnico, chiamato ad occuparsi di un’etnia evidente considerata così diversa dalla stessa istituzione tanto da crearne un dispositivo speciale.

Personale dello stesso Ufficio lo ritroviamo nell’aprile 2019, quando il Comune decide di trasferire a Torre Maura alcune famiglie rom fuoriuscite da un altro centro di accoglienza, e un mese dopo a Casal Bruciato, per accompagnare una famiglia rom del campo La Barbuta nel nuovo appartamento regolarmente assegnato. In entrambi i casi, come a san Basilio ieri, si solleva l’inaspettata e violenta protesta dei residenti.

La presenza del personale dell’Ufficio Speciale Rom – chiamato a dare corpo a “politiche speciali” – non rappresenta un dettaglio di poco conto, purtroppo sfuggito a molti per comprendere quanto realmente accaduto. È questo, purtroppo, l’evento scatenante. Spesso lo stigma, senza volerlo, è creato involontariamente dalla stessa istituzione attraverso quei dispositivi, come appunto l’Ufficio Speciale, che con la sola esistenza certifica una diversità etnica. Che chi vive il disagio della periferia fa fatica a comprendere e accettare e chi vuole strumentalizzare cade facilmente nella tentazione di soffiare sul fuoco.

Ora, come già accaduto a Torre Maura e Casal Bruciato, attendiamoci i cortei dei “fascisti” e degli “antifascisti” che però nulla hanno a che fare con la vicenda. Il problema è e rimane una diversità etnica creata e certificata dall’istituzione stessa.

Nel programma elettorale che ha consentito al sindaco Roberto Gualtieri di vincere le elezioni dello scorso ottobre c’è l’impegno del “superamento dell’approccio etnico e meramente securitario del tema”. La promessa si potrebbe realizzare in tempi brevi, magari nei primi cento giorni, e potrebbe essere vitale per assicurare credibilità alle parole e discontinuità rispetto al passato. Si tratta di cominciare subito con il chiudere l’Ufficio Speciale Rom, istituito nel luglio 2017 dalla sindaca Virginia Raggi, inaugurando magari un ‘Ufficio per l’emergenza abitativa estrema’ che si occupi di tutti quei cittadini, rom e non rom, che da decenni vivono le periferie romane in condizioni transitorie, precarie e marginali.

Probabilmente la chiusura di un Ufficio etnico aiuterebbe a dissolvere quell’incubo cittadino chiamato “rom” che ciclicamente rievoca, in una cittadinanza già impaurita dalla pandemica e logorata dalla crisi economica, paure e rabbie che trovano altrove le loro cause.

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