“È normale che lo Stato italiano non abbia una strategia per gli anziani non autosufficienti?”. Cristiano Gori tende a diffidare dalle domande retoriche, ma in questo caso fa un’eccezione. Il Network Non Autosufficienza, che coordina, ha ottenuto che nel Piano nazionale di ripresa e resilienza del governo Draghi fosse inserita la promessa di mandare in porto entro la fine della legislatura una riforma organica dell’assistenza in quest’ambito del welfare. L’unico a non essere stato oggetto di riforme nell’ultimo decennio, nonostante coinvolga 3 milioni di persone (e indirettamente le loro famiglie). Ma la legge di Bilancio è stata una delusione: per potenziare il servizio di assistenza domiciliare sociale comunale (Sad), che va dall’igiene e cura della persona allo stimolo alla socializzazione, sono stati stanziati per il 2022 solo 100 milioni di euro contro i 300 auspicati dal Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza nato la scorsa estate e composto da 43 organizzazioni tra cui il Consiglio nazionale degli assistenti sociali, Caritas, Federazione Alzheimer Italia, Forum Disuguaglianze Diversità, Uneba, i sindacati dei pensionati e lo stesso Network Non Autosufficienza che si occupa del coordinamento scientifico.

Il timore di Gori, docente di politica sociale all’Università di Trento che è stato ideatore dell’Alleanza contro la povertà in Italia e dallo scorso marzo è nel comitato Saraceno per la valutazione del reddito di cittadinanza, è “che la forte attenzione che abbiamo riscontrato da parte del governo la scorsa primavera sia scemata“. Il Pnrr ha messo sul piatto per l’anno prossimo circa 580 milioni aggiuntivi, rispetto agli 1,3 miliardi già previsti, per l’Assistenza domiciliare integrata delle Asl (Adi), “cioè i servizi medici, infermieristici e riabilitativi, di cui beneficia il 6,2% degli anziani”, spiega. “Ma per arrivare alla “domiciliarità integrata” proposta dal Patto occorre rafforzare anche l’altra “gamba”, il Sad, che comprende il sostegno nelle attività fondamentali della vita quotidiana in affiancamento ai famigliari e alle badanti. Per farlo, 100 milioni non bastano”. Nella manovra si mette per la prima volta nero su bianco, è vero, che lo Stato dovrà garantire in tutto il territorio nazionale dei “livelli essenziali di prestazioni” anche per questi servizi, che oggi raggiungono solo l’1,3% degli anziani e con estrema eterogeneità tra regione e regione. Però la dichiarazione di intenti rischia di rimanere tale, con i soldi a disposizione.

“Per questi servizi si prevede appena lo 0,3% del totale delle risorse investite“, 100 milioni su circa 30 miliardi di manovra e a fronte dei 300 milioni necessari pe raddoppiare la quota di utenza, attacca Cittadinanzattiva. “Briciole, rispetto alle esigenze degli anziani e delle loro famiglie”. Che richiedono, secondo le organizzazioni che aderiscono al Patto, una risposta integrata e multidimensionale. “La nostra proposta di avvicinamento alla riforma prevedeva per prima cosa una cabina di regia unica con i ministeri di Salute e Welfare, perché non si può chiedere a Comuni e Asl di lavorare insieme, cosa che oggi succede di rado, se ai più alti livelli istituzionali non c’è integrazione”, ricorda Gori. “Poi puntavamo a ridisegnare i servizi delle Asl (Adi), che oggi hanno un modello basato sull’erogazione di singole prestazioni ma senza uno sguardo complessivo che tenga conto di tutte le dimensioni di vita legate alla non autosufficienza”. Visto che sono in arrivo molte risorse, la richiesta del Patto era quella di affrontare subito le criticità aumentando il numero di visite domiciliari e la loro durata: oggi ogni utente viene seguito in media per 18 ore e la presa in carico dura pochi mesi. Per quanto riguarda il Sad, che oggi è marginale come numero di beneficiari e finanziato con soli 340 milioni l’anno, “il problema è non farlo lentamente morire”.

Elaborazione del Patto non autosufficienza su dati Istat

Se durante il passaggio parlamentare le risorse non saranno aumentate il rischio è questo, avverte il Patto. E il risultato sarebbe far partire monca la (ri)costruzione dei servizi domiciliari, rinunciando a un fondamentale “secondo pilastro” che in prospettiva dovrebbe comprendere, come si legge nella manovra, l’assistenza nella ricerca e nell’assunzione di assistenti familiari, la sostituzione temporanea delle badanti in occasione di ferie e malattia, l’organizzazione dell’aiuto alle famiglie anche facendo leva sul terzo settore. Cose di cui le famiglie hanno enorme bisogno, in vista poi di interventi ulteriori da inserire nella manovra. Che potrebbero comprendere anche un contributo monetario per sostenere i costi.

“Questa dev’essere la prossima grande riforma del welfare state italiano”, conclude Gori. “Tutti i maggiori Paesi europei intorno a noi, dalla Germania alla Spagna, hanno affrontato il problema. In Italia gli anziani non autosufficienti sono ancora invisibili“. Nonostante la “lezione” del Covid, che ha fatto il maggior numero di vittime proprio in questa fascia di popolazione debole e trascurata dai servizi pubblici.

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