Sarà un autunno caldo quello cinematografico con le sale al cento per cento della capienza? Speriamo di sì. Intanto l’attesissimo Freaks Out di Gabriele Mainetti ha agguantato il box office: al cinema dal 28 ottobre, nei primi sei giorni di programmazione ha incassato 1,049 milioni di euro e domina la top ten giornaliera del 2 novembre. Al secondo un altro europeo, Madres Paralelas di Pedro Almodóvar. Stessa uscita, ma nel settimanale occupano per ora il 4° e 5° posto dietro i soliti hollywoodiani.

A sei anni da Lo chiamavano Jeeg Robot Mainetti mette insieme un blockbuster made in Italy. Siamo sempre a Roma, ma bombardata dai tedeschi, sempre una questione di superpoteri e di come non farsene sopraffare, però ci si può salvare la pelle, e pure il mondo. Un albino, un nano, un uomo lupo, una giovane acrobata e il loro mentore fuggono dal tendone magico del Circo Mezzapiotta attraverso avventure e macerie, ma si ritrovano contro un visionario ufficiale nazista col talento del pianoforte e il potere della chiaroveggenza.

Geniale come il regista componga insieme allo sceneggiatore Nicola Guaglianone un affresco fantasy così complesso e coerente su una Roma di scampati freak e partigiani senza gloria. Raccoglie lezioni di casa Marvel e di Guillermo Del Toro. Abbraccia Quentin Tarantino nella giocosità del villain quanto in sequenze pulp ma rievoca Anna Magnani nella scena madre di Roma Città Aperta. Contaminazioni più e meno inconsapevoli, omaggi a iosa, tra i più sognanti certe atmosfere circensi felliniane dall’iconico La Strada, pur bagnate di Tim Burton.

Così Fulvio, il dandy peloso con occhi e grinta di Claudio Santamaria, porta l’acconciatura lupesca di Michael J. Fox in Voglia di Vincere, attacca saltando come Wolverine ma è poetico come il forzuto Anthony Quinn con la sua Giulietta Masina: qui stessa bombetta per la dolce Matilde, un’Aurora Giovinazzo fragile e potentissima. Roma e la strada per il successo del film sono aperte eccome: un set tra Cinecittà, l’Abruzzo di Castelnuovo, paesino aquilano ancora terremota più una Calabria verdissima per le poderose sequenze in battaglia su un treno in corsa. Per poi ascoltare le note di Sweet Child Of Mine dei Guns’N’Roses e Creep dei Radiohead in rondò pianistici che non ti aspetteresti mai. Il bene e il male sa dipingerli proprio bene questo ragazzone innamorato del cinema di Spielberg: Mainetti e le sue storie offrono nuova speranza per l’industria cinematografica italiana.

Resta invece in linea con i traumi almodovarian-familiari Madres Paralelas. I medici le chiamano primipare attempate, le neomamme con più di 35 anni. Una è Penelope Cruz, partoriente insieme a un’adolescente che diventerà sua amica e babysitter, Milena Smit. Almodóvar scandaglia nuovi aspetti del lutto e accosta con grazia il dolore di una madre a quello di figli e nipoti dei desaparecidos del franchismo privi di degna sepoltura e dimenticati per decenni in fosse comuni nelle campagne iberiche. Allo sguardo partecipe verso le madri di ogni età si unisce una riflessione politica ferma, antifranchista, antifascista.

Maternità? La Francia ottenne la Legge Veil nel ’74 e in Italia la Legge 194 del 1978 rese alle donne la loro libera scelta sull’interruzione di gravidanza. L’événement è la rivelazione di Venezia 78. Arriva da noi il 4 novembre con un Leone d’Oro, quest’opera impattante di Audrey Diwan.

Francia, 1963, l’aborto è illegale e una ragazza incinta percorre una via crucis di prove morali e corporali per poter continuare a frequentare l’università. Il prezzo è altissimo: libertà e indipendenza rischiando la galera e la propria stessa vita e salute. Dal romanzo di Annie Ernaux sulla sua reale vicenda, questo lavoro di lucida verità ci posa sul crinale scomodo tra pratiche truci per uccidere una nuova vita da un lato e il moralismo di istituzioni retrograde e maschiliste dall’altro.

Il 3 novembre oltre all’ultimo lavoro attoriale di Gigi Proietti Io sono Babbo Natale, dolce commedia natalizia, un anno dagli 80 del mattatore e dalla sua scomparsa, arriva Il bambino nascosto di Roberto Andò.

Napoli, oggi. Curioso incipit per una storia di camorra, quello di un ragazzino che per sfuggire al suo destino si nasconde nell’appartamento di un placido professore di musica, a sua insaputa. Gli dà vita Silvio Orlando, una cassaforte per i suoi personaggi. Perfetta la sua aderenza a quest’ometto timido che nasconde molto più del bambino. E ottima promessa il giovane Giuseppe Pirozzi. L’amicizia imprevista tra l’uomo che fugge la vita e il bambino che rinnega la sua famiglia per i crimini commessi era già un romanzo dello stesso Andò. Per queste due anime ogni non detto è un mondo. Che bello quando il cinema crea una tensione che ci avvolge nell’incertezza e nell’empatia fino alla fine.

Restiamo a Napoli, ma nel futuro. La natura selvaggia si è ripresa tutte le disgrazie e le cattive scelte dell’uomo, insieme alle sue città. A quattro anni da Gatta Cenerentola, Alessandro Rak dirige la nuova produzione della casa delle idee partenopea Mad Entertainment. Yaya e Lennie – Walking for liberty, in sala dal 4 al 7 novembre, è il viaggio di questi moderni Huck e Jim di disneyana memoria tra tribù nemiche e una missione tutta da scoprire.

Si pensa ai romanzi di Mark Twain e Uomini e topi di Steinbeck. I protagonisti sono amici per la pelle, Yaya è una ragazza astuta, Lennie un gigante buono, poco cervello e tanto cuore. La loro avventura pur visivamente ricca ne esce come fiaba ambientalista meno ordinata e armoniosa delle precedenti. Resta comunque un nuovo passo per l’animazione italiana e portatore sano di valori, soprattutto all’indomani di un G20 che per difendere l’ambiente ha serenamente elasticizzato di qualche annetto gli obiettivi dell’Agenda 2030.

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