Mai centenario fu più puntuale di questo, che ci ricorda la nascita di Andrea Zanzotto (ma lo stesso potrebbe dirsi del coincidente, di Rigoni Stern). Lo è perché il poeta solighese ha passato una vita e un’opera intera a ricordarci, lucrezianamente, che occorre obbedire alla natura e che il mondo – oggi diremmo il pianeta – è stato dato in uso a tutti, ma a nessuno in proprietà e, rileggerlo ora, spazza via tutta l’ipocrisia dei potenti del mondo e della loro asservita tecnologia.

Ma lo è anche perché, al di là delle scelte di campo, prima di tutto di Zanzotto stesso, il tempo è maturo affinché la critica e la storiografia letterarie in Italia maturino un’immagine diversa di ciò che è stata la vicenda della scrittura sperimentale (o di ricerca, se si preferisce) in Italia alla fine del secolo scorso.

La porta stretta della Neo-Avanguardia va allargata, prima di tutto a quegli ‘eccentrici’ di somma qualità dimenticati o ghettizzati – penso a Villa, Cacciatore, Costa, Spatola, Vicinelli, Calzavara, Di Ruscio e sin Leonetti –, ma anche a personalità apparentemente estranee, come per l’appunto Zanzotto dalla Beltà in avanti.

Se la poesia italiana dell’estremo Novecento è stata capace di essere contemporanea al proprio presente ma anche di leggere nel suo futuro – e a mio parere lo è stata – questo merito va condiviso. Non a caso il monografico dedicatogli da una delle riviste storiche della poesia di ricerca italiana, il Verri, fondato da Luciano Anceschi, si intitola, riprendendo un suo verso, E l’avanguardia ha trovato, ha trovato? – Andrea Zanzotto (e qui segnalo almeno i bellissimi interventi di Andrea Cortellessa e Chiara Portesine): i rapporti del solighese con la neo-avanguardia e più specificatamente con Edoardo Sanguineti, nel loro presente scontri all’ultimo sangue di irreconciliabili ‘nemici’, appaiono oggi piuttosto come gli scambi di un fittissimo, irrinunciabile, ostinato dialogo, la cui posta in gioco era il senso, non soltanto della poesia, ma del linguaggio stesso, alle soglie di quel postmoderno che tenterà, e ancora tenta, di trasformarlo in vuoto formulario del nulla. Sulla faccenda, come ricordato da Cortellessa, era stato profetico e conclusivo già Italo Calvino, in una sua lettera: “Anche se non vuoi e lui non vuole, tu e Sanguineti restate fratelli-nemici”.

Zanzotto e la sua Beltà hanno rappresentato un vero big-bang (Cortellessa) per la poesia italiana (in questo senso come Villa, altro ‘nemico’ di Sanguineti, che ha aspettato però sino a oggi per esplodere), non la riproposizione stanca di stilemi già da altri esauriti. Un big-bang indispensabile, direi, se già alla fine dei Novanta una rivista ‘sperimentale’ come Baldus (che proponendo Villa aveva esordito, nel 1989) gli dedicava un monografico, incontrandolo sul terreno dei minori ‘macaronici’, dell’interesse verso il dialetto genialmente sperimentale e plurilinguista di Calzavara, della costante attenzione al mondo, alla deriva dei linguaggi, al rapporto tra piccola e grande storia, dell’identità.

Il ‘progresso scorsoio’ già allora ci riguardava tutti e la Val Piave zanzottiana, ormai definitivamente ‘canadese o australiana’, con i suoi capannoni che violentavano il territorio, era l’allegoria di un futuro allucinante e disumano in cui oggi siamo totalmente immersi. E, sì, come ci ricordava Sanguineti, tutto ciò riguarda proprio quella perversione così spietatamente capitalistica e tecnologica per cui a una generazione di uomini corrispondono troppe generazioni di macchine, sfaldando alla base i meccanismi di funzionamento delle società umane.

In entrambe queste prospettive un poemetto come Senhal, coevo alla Beltà, è esplicito e decisivo rileggerlo oggi – e molti lo stanno facendo, anche chi scrive, realizzando, con la complicità di Stefano Dal Bianco, uno spettacolo di poesia con musica dedicato proprio al poemetto lunare e affidandone la reinterpretazione a quattro poetesse italiane, Carrozzo, Galli, Matticoli e Ventroni. È indispensabile non solo per comprendere la ‘svolta’ zanzottiana e ricostruire una cartografia meno manichea delle vicende letterarie di fine secolo, ma proprio per comprendere il nostro asfissiante presente e la capacità del poeta (pur ‘cieco’ alle ‘lingue’ che più formalmente lo denunciavano) di prevederlo.

Siamo noi, oggi è chiaro a tutti, è la nostra specie a essere “il trauma in questo immenso corpo di bellezza” di cui ci diceva Zanzotto. Poi certo, mentre uno – Sanguineti – guardava ai meccanismi ‘materiali e di classe’ causa dell’immensa ingiustizia che si stava e ancora si sta perpetrando, l’altro seguiva lo sfaldarsi dell’io, il suo vaporizzarsi, tentando di sfuggirgli imbastendo un dialogo con la natura e il paesaggio che già da secoli pareva impossibile; mentre uno pescava tra gli archetipi junghiani, l’altro, lacanianamente, provava, con le parole, a smascherare la ‘realtà’ per scovare una qualsiasi sopravvivenza del ‘reale’.

La lingua è il luogo in cui natura e cultura si fanno più vicine e quasi collidono, e la poesia – che unisce voce e parola, germinazione spontanea e costrutto sociale – è per l’appunto l’esplorazione di questo confine: è, come diceva Paul Celan, “la svolta di un respiro”.

Giusto quanto mai, dunque, pensare a Zanzotto come a un ‘botanico della lingua’, a un mago degli innesti e del coltivare. La sua poesia è stato il tentativo più estremo, generoso e vasto, di rimboschimento del nostro esausto italiota. Mentre altri attaccavano le linee nemiche, lui preferiva tentare di ricostruire ponti verso i territori dell’unico alleato capace di farci vincere lo scontro e, da questo punto di vista, davvero, la sconfitta del poeta nel suo dialogo con la natura è rappresentazione della sconfitta di un’intera specie.

Così ben vengano tutte le iniziative che ci ricordano l’enorme importanza di Zanzotto, non solo come poeta, ma come intellettuale tout court: i tanti convegni – uno appena concluso a Pieve di Soligo, altri a venire nel mondo, sino a Oxford – il bellissimo, imperdibile documentario che Denis Brotto gli dedica e di cui qui vi offro un breve trailer, le riedizioni e le nuove pubblicazioni e acquisizioni (cito qui solo Zanzotto – Il canto nella terra di Cortellessa e Erratici – Disperse ed altre poesie, a cura di Francesco Carbognin), gli spettacoli e persino le passeggiate nei suoi luoghi natii – che servono a ricordarci che è solo percorrendolo, rispettandolo e osservandolo con attenzione che potremo veramente comprendere il mondo per affidarlo, in accettabile salute, a chi verrà dopo di noi.

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