Se la vita sembra un romanzo distopico, che fine fa la poesia? Questa potrebbe essere una domanda interessante da farsi in questa seconda Giornata mondiale della poesia vissuta in compagnia del Carogna-Virus. Quale dovrebbe essere la sua funzione, nel mezzo della caotica catastrofe che sta spazzando il nostro presente? Consolarci delle ferite subite o distrarci dal reale, regalandoci qualche tempo libero da reclusione, vaccinazioni, contagi, intubazioni, crisi economica e famiglie e coscienze che crollano a pezzi?

In fondo, a primo sguardo, proprio questo fecero i componenti dell’allegra brigata del Decamerone, si allontanarono dalla morte alla ricerca della bellezza e della vita, si allontanarono dal virus per narrarsi di un mondo che l’epidemia stava annientando. Ma forse non è così semplice.

Intanto quei dieci giovani il mondo di prima non se lo raccontarono come era uso raccontarselo. Anzi lo smascherarono, ne misero in luce tutta la meraviglia, ma anche tutta la miseria, tutta la continenza e tutto lo strabordante e vorace desiderio, e la cosa, come testimonia la geniale Novella delle papere, fece scandalo e non consolò affatto. E poi quei dieci giovani non si distrassero, non si intrattennero per nulla, consci com’erano che a quella pausa sarebbe seguito l’inevitabile ritorno tra macerie che andavano ricostruite in modo diverso da come prima erano state edificate. Non a caso tutto ciò che accade in quelle due settimane accade per un “dopo”, immaginando un “dopo”.

Dunque, anche a guardare al Boccaccio, il suggerimento che arriva non è quello di utilizzare la poesia, di fare la poesia, perché essa si proponga come (ridicolo e melenso) vaccino alla tristezza e alla disperazione, piuttosto quest’altro, di usare la poesia per smascherare il mondo che ha partorito la pandemia, i suoi riti, le sue strutture economiche, la sua insopportabile fretta e allucinante accelerazione. E poi: cosa deve fare la poesia per se stessa, per garantirsi una qualche sopravvivenza che non sia sotto forma di toppa sentimentale o consolatoria?

Il Carogna-Virus ha fatto lo sgambetto alla poesia “viva“, ha spento le luci dei festival, dei poetry slam, delle performance, mentre online, nel silenzio della realtà e della vita vera intorno, risuonano soprattutto i versacci (a volte gemiti, altre sospiri, altre ancora puri balbettamenti) dei pochi poeti mainstream, che spesso, se non sempre, sono i peggiori, quelli sempre pronti all’instant-poetry, quelli col verso lesto in tasca per celebrare o far retorica sulla qualsiasi: dalla pandemia ai morti del Ponte Morandi, dall’ecologia d’accatto e d’antan alla retorica patriottica e politically correct.

È lo stesso effetto che vediamo accadere in economia, i nomi mainstream resistono, gli altri sono spazzati via, i grandi gruppi prosperano, i raffinati artigiani soccombono. La poesia del corpo paga, con le altre arti “vive” come la musica, il teatro, il balletto, un caro prezzo al virus. E dunque, quanto prima, la poesia deve sfuggire al lockdown, a quello ormai secolare della letteratura (e del voracissimo romanzo) e a quello odierno della pandemia. Deve immaginarsi altrove, immaginando per tutti noi un altrove, un altrove fatto di parole, un linguaggio nuovo per parlare una nuova necessità: quella che non tutto torni come prima. Ma che qualcosa infine cambi, e cambi per davvero.

Ecco che allora, a mio modesto avviso, questo 21 marzo dovremmo dedicarlo ai traduttori di poesia, a quegli artisti tanto generosi da regalare la loro intensità e la loro maestria alla voce di un altro. Perché essi fanno muovere la poesia, le permettono di sfuggire al primo e definitivo, babelico lockdown a cui la poesia, unica tra le arti, è da sempre e per sempre condannata, la differenza linguistica, la sostanziale irriducibilità di una lingua a un’altra lingua.

E, visto che quest’anno compie 90 anni, la Giornata della poesia la dedicherei a uno dei più grandi poeti e traduttori viventi, il brasiliano Augusto De Campos, fratello di un altro traduttore (e poeta), che per Umberto Eco è stato il più grande del Novecento, Haroldo De Campos.

Augusto ha tradotto, anzi transcreato, come direbbe lui, dall’occitano trobadorico e dal francese, dall’italiano (Dante compreso), dall’inglese e dal tedesco, autori notissimi e “minori” geniali (come l’italiano Leporeo). E li ha tradotti facendo i conti con il lockdown linguistico della poesia, partendo proprio dalla sostanziale intraducibilità della poesia, per immaginare una sua “transcreazione”, che, tradendolo, traduce e trasporta altrove il testo, dandogli nuova vita, senza che per questo ciò che era originale si perda, né si finga in una copia apparentemente simile, ma in realtà sempre bugiarda.

Nella sua Lettera di ringraziamento per i festeggiamenti in suo onore che si stanno svolgendo sia in Brasile che in molte altre parti del mondo Augusto ha scritto: “Ho passato la mia vita più traducendo che creando mie proprie opere e questo mi riconcilia con l’idea che il mio lavoro possa essere giudicato con magnanimità”. Perché tradurre significa collocare la poesia nello spazio del dialogo e non in quello dell’effusione monologica e, come si traduce da una lingua all’altra, così si può tradurre poesia da un medium a un altro, transcreando il linguaggio in icone, o in suoni, o in gesti. E questa poesia, che si chiama “intermediale“, è in realtà è un mix meraviglioso di poesia e traduzione.

È quello che continua a fare anche oggi Augusto, lui che è certamente il massimo maestro della poesia “intermediale”, festeggiando questo suo diventare nonagenario suonando l’armonica, la gaita, e facendo cover di Jimi Hendrix con l’accompagnamento di suo figlio, il musicista Cid Campos. E la traduzione del testo in brasiliano, ovviamente, è la sua. Questo perché, come ci ricorda lui nella sua Lettera, ciò che importa davvero, oggi come ieri, è “che noi continuiamo a salvare (nel senso di salutare e di difendere) la poesia dalla poesia”. Che continuiamo, verso dopo verso, suono dopo suono, gesto dopo gesto, a liberarci del consolatorio “poetese”, come avrebbe detto un altro grande poeta e traduttore, amico fraterno della musica, Edoardo Sanguineti. Altro che Alda Merini…

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