Nelle tante dichiarazioni della prima giornata del G20 ce ne sono alcune che spiccano per spregiudicatezza. Le posizioni dei leader sugli aiuti ai paesi poveri nella lotta alla pandemia, sugli effetti della tassa minima globale sui profitti delle multinazionali e sull’urgenza di contrastare i rincari dell’energia stridono con quanto sinora concretamente fatto dai governi. “Per conseguire pienamente l’obiettivo di una vera ed equa ripresa, tutti i leader hanno sostenuto che è necessario abbattere le diseguaglianze fra Paesi ad alto e basso reddito nella disponibilità e nella distribuzione dei vaccini“, hanno spiegato fonti diplomatiche, dopo la prima sessione di lavoro. In mattinata il presidente del Consiglio Mario Draghi ha affermato che “dobbiamo stare attenti alle sfide che affrontiamo collettivamente. La pandemia non è finita e ci sono disparità sconvolgenti nella distribuzione globale dei vaccini. Nei Paesi ad alto reddito, oltre il 70% della popolazione ha ricevuto almeno una dose. Nei Paesi più poveri, questa percentuale crolla a circa il 3%. Sono differenze moralmente inaccettabili, e minano la ripresa globale”.

Draghi ha quindi aggiunto che “Siamo molto vicini a raggiungere l’obiettivo dell’Oms di vaccinare il 40% della popolazione globale entro la fine del 2021. Ora dobbiamo fare tutto il possibile per raggiungere il 70% entro la metà del 2022“. “La Francia – ha detto invece il presidente francese Emmanuel Macron – ha già donato 67 milioni di dosi di vaccini contro il Covid ai Paesi più vulnerabili, entro metà del 2022 arriveremo a 120 milioni. Partner del G20, aumentiamo gli sforzi – è stato l’appello di Macron – Solidarietà, trasparenza e produzione comune: solo insieme sconfiggeremo il virus”.

Sono ormai mesi, in verità, che Organizzazione mondiale della Sanità e Ong denunciano i gravissimi ritardi nelle forniture di vaccini e dispositivi ai paesi più poveri e chiedono la liberalizzazione dei brevetti sui vaccini che hanno già fruttato ai produttori (Pfizer, BioNtech, Moderna, Johonson & Johnson) profitti miliardari. Una richiesta ufficiale in tal senso era stata avanzata da India e SudAfrica, in rappresentanza di una sessantina di paesi. Dopo dichiarazioni iniziali a sostegno dell’ipotesi, di per sé non del tutto risolutiva ma sicuramente utile per alleviare il problema, Draghi e Macron hanno votato contro la liberalizzazione. Si sono quindi accodati ad Angela Merkel che, sin dall’inizio si è opposta alla liberalizzazione delle licenze. Anche la posizione degli Stati Uniti, formalmente a favore della rimozione dei brevetti sui vaccini, non brilla per trasparenza. In più occasioni gli Usa hanno confiscato forniture di vaccini destinate all’estero per destinarle ad uso interno. Il programma Covax, che dovrebbe assicurare le forniture ai paesi poveri, rimane largamente sotto finanziato e a corto di dosi rispetto a quelle che servirebbero per assicurare una copertura vaccinale efficace.

Nel corso della prima giornata del G20 è stato anche espresso un “ampio e trasversale” sostegno all’accordo raggiunto nei lavori del vertice sulla tassazione minima globale. Lo si apprende da fonti diplomatiche, a margine dei lavori. Il sostegno relativo alla tassazione minima globale è stato manifestato esplicitamente – spiegano – dagli Stati Uniti e da Paesi come Brasile, Francia, Corea. Il presidente statunitense Joe Biden ha detto che “la comunità internazionale, grazie all’accordo sulla tassazione minima globale, sosterrà le persone facendo in modo che le aziende contribuiscano pagando la loro quota”.

La tassa unica globale sui profitti delle multinazionali è stata e viene presentata come una svolta epocale. In realtà, per come è stata strutturata, il suo effetto sarà modesto e andrà interamente a favore dei paesi più abbienti. “Una riforma dei ricchi per i ricchi” l’ha definita Oxfam. L’economista Thomas Piketty ha definito la tassa “ridicola”. Si era partiti da un’imposizione minima di almeno il 20%, si è scesi ad un “massimo del 15%”. Poco al di sopra del prelievo applicato oggi in paesi come l’Irlanda. Come funziona questa tassa? Se, ad esempio, un paese applica un prelievo del 10%, lo stato di residenza della multinazionale presente anche in quel paese può riscuotere il rimanente 5%. Questo fa sì che venga meno la convenienza a spostare i profitti in paesi con fiscalità particolarmente generosa come quelle delle giurisdizioni segrete caraibiche come Isole Cayman o Bermuda, di fatto controllate da Londra.

Nessuna delle multinazionali soggette al nuovo regime ha però sede in paesi poveri che quindi non riceveranno nessun beneficio dalla riforma. Qui le multinazionali fanno ricavi e profitti (che poi spostano altrove) ma non hanno domicilio. Non solo. In cambio della nuova tassazione gli stati si sono impegnati a rimuovere qualsiasi tipo di webtax (come chiesto dagli Stati Uniti a protezione dei suoi colossi Apple, Amazon, Google e Facebook). In alcuni casi questo scambio potrebbe avere l’effetto paradossale di rendere ancora più leggero il fisco per questi gruppi. Lo scorso anno Amazon ha pagato in Italia 24 milioni di euro di tasse a fronte di ricavi per oltre 2 miliardi di euro (gli utili sono volati altrove), il colosso Google ha versato appena 6 milioni di euro.

Nel 1980 la tassazione media globale sui profitti societari era del 40%, oggi è del 20%. Dove sono andati i soldi risparmiati dalle grandi aziende? Nuovi investimenti e dunque progresso? No. Per lo più sono stati usati per erogare dividendi ai soci, per operazioni di riacquisto di azioni proprie (che hanno l’effetto di alzare il valore dei tutoli e quindi premiare di nuovo soci e management). Oppure sono stati parcheggiati in paradisi fiscali in attesa del momento buono per farli rientrare in patria (come quando, nel 2018, Donald Trump introdusse una aliquota agevolata per il rimpatrio di capitali).

“Il rialzo dei prezzi dell’energia tocca il mondo intero. Adesso dobbiamo dare risposte sostenibili e coerenti con la transizione ecologica. E’ il mio messaggio al G20” – ha scritto oggi su Twitter Emmanuel Macron. Nei giorni scorsi il Consiglio europeo che riunisce i capi di governo dei paesi Ue non ha raggiunto alcuna intesa sull’adozione di azioni comuni per contrastare le ricadute dei rincari dell’energia. Ogni paese farà a modo suo, in base alle sue possibilità, come auspicato dalla cancelliera tedesca uscente Angela Merkel.

Più in generale Parigi sta facendo forti pressioni su Bruxelles perché l’energia nucleare venga inclusa tra le fonti meritevoli di ricevere finanziamenti europei destinati alla transizione verde. La Francia genera il 70% della sua elettricità che consuma con le sue centrali nucleari che necessitano però di importanti interventi di ammodernamento e manutenzione. Secondo Edf (l’Enel francese) servono circa 90 miliardi che Parigi vorrebbe farsi in parte finanziare da Bruxelles. Per contro la Germania vuole un approccio più morbido sui tempi di riduzione dell’utilizzo di carbone e punta molto sul gas, così come l’Italia.

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