Il tempo passa, l’elusione fiscale no. Così, ogni anno, ci si ritrova a leggere il periodico rapporto del centro studi di Mediobanca sulle tasse pagate, o non pagate, dalle multinazionali del web. Di solito versano meno di una media impresa, a fronte di capitalizzazioni prossime ai 2mila miliardi di euro e ricavi per centinaia di miliardi di euro a livello globale. Amazon, che nel 2020 ha incassato in Italia poco meno di due miliardi di euro ha ad esempio pagato al fisco italiano 24 milioni di euro, Microsoft 20 milioni a fronte di 726 milioni di ricavi. Google ha versato meno di 6 milioni, Facebook 1,9 milioni. Le tasse, certo, non si calcolano sui ricavi ma sui profitti. Il problema è che i profitti in Italia, come in molti altri paesi, quasi non esistono. O meglio, se ne vanno altrove, per lo più nelle giurisdizioni segrete caraibiche dove l’aliquota tende o raggiunge lo zero. Un’operazione piuttosto semplice quando si dispone di varie filiali che possono comprarsi e vendersi beni e licenze tra di loro. Non è un caso che tutte le licenze sugli algoritmi di Google facciano capo a Google Bermuda che le “vende” poi ad alle filiali sparse nel mondo che le pagano con i profitti realizzati.

A livello globale quella che Mediobanca definisce una “pianificazione fiscale aggressiva” ha consentito alle prime 25 società web del mondo di risparmiare 24,5 miliardi di tasse tra il 2018 e il 2020. Un triennio in cui questi gruppi, in molti casi favoriti da pandemia e conseguenti chiusure di negozi e luoghi di intrattenimento, sono arrivate a guadagnare 27 milioni di euro al giorno, quasi il triplo rispetto al 2018. Nel primo semestre 2021, poi, i ricavi sono saliti del 31%, i margini del +49,6%, gli utili netti dell’80%. Non ci sono solo i colossi statunitensi. Si distingue ad esempio la cinese Tencent che ha evitato di versare al fisco 7,7 miliardi di euro grazie a filiali sparse tra isole Vergini, Hong Kong e isole Cayman. Microsoft punta invece su Irlanda e Porto Rico, Alphabet (Google) sull’Irlanda, Facebook su Singapore e Irlanda. Tutti i gruppi Usa (tranne Microsoft) hanno sede nel Delaware, piccolo stato Usa incluso tra i paradisi fiscali e da qui “triangolano” con altri stati a fiscalità agevolata.

L’economista Gabriel Zucman, uno dei più attenti studiosi del fenomeno, mantiene aggiornato il sito Missingprofit , profitti fantasma, in cui calcola quanto perda ogni paese grazie alla nazioni con giurisdizioni fiscali di favore e/o opache. L’Italia saluta ad esempio ogni anno 32 miliardi di euro di profitti e quasi 8 miliardi di euro di gettito (una cifra che sarebbe da sola sufficiente a finanziare quasi totalmente misure come il Reddito di cittadinanza). Soldi che se ne vanno per lo più in Lussemburgo (3,2 miliardi), Irlanda (1,7 miliardi), Olanda (1,1 miliardi).

Qualcosa, non molto, potrebbe cambiare una volta che sarà effettivamente in vigore l’aliquota minima globale del 15% sui profitti societari di recente concordata tra oltre 130 paesi. In teoria se una multinazionale sposta i suoi utili in un paese dove il prelievo è, ad esempio, del 5% lo Stato di residenza della società può riscuotere il rimanente 10%. Un sistema che renderebbe quindi inutile il ricorso a giurisdizioni con aliquote al di sotto del 15%. Ma la riforma è piena di dettagli che ne depotenziano molto l’efficacia effettiva. Oltre a prevedere un’aliquota comunque modesta l’applicazione della minimum tax prevede ad esempio la cancellazione di tutte le web tax nazionali. Gruppi come Amazon che hanno margini operativi contenuti (differenza tra ricavi e costi) potrebbero alla fine pagare persino meno di quanto versano oggi. Inoltre così come strutturata la riforma va a beneficio quasi esclusivamente dei paesi più ricchi come Usa o Europa dove queste multinazionali hanno sede. Ai paesi più poveri dove le società fanno ricavi ma non sono domiciliati finiscono le briciole.

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