di Nathan Bonnì, autore di Progetto Genderqueer

Il modo in cui i generi grammaticali maschile e femminile incidono in modo diverso da lingua a lingua. In questo spazio ha senso parlare della lingua italiana (ma ciò riguarda molte lingue neolatine) e l’inglese.

I pronomi in inglese e l’inclusività su Linkedin

In inglese le parole maggiormente “genderizzate” sono i pronomi. Per indicare una persona, usiamo quindi il pronome personale He se è maschio e She se è femmina, e, per indicare un oggetto di una persona, usiamo il pronome possessivo his se il possessore è maschio, her se è femmina. Nei paesi anglofoni, quindi, un modo per dichiarare il proprio genere d’elezione (il genere di appartenenza, indipendentemente dalla biologia) si indicano i pronomi, in modo che l’interlocutore sappia quali sono i pronomi che la persona preferisce siano usati quando ci si rivolge a lei.

Questa buona prassi è già da qualche anno diffusa su molti social network, che permettono di compilare un campo specifico in cui si indicano i propri pronomi, ed è recentemente, nell’ultimo anno, approdata su Linkedin, in modo che le persone transgender e non binarie possano dare delle chiare indicazioni al mondo del recruiting, in modo che sia possibile inviare un curriculum vitae e partecipare ad un colloquio di lavoro senza gli imbarazzi del misgendering (subire un genere grammaticale discordante dal proprio) e del deadnaming (l’uso del nome anagrafico quando è diverso da quello che si usa nella vita quotidiana).

Molte persone che non appartengono all’universo transgender e non binario hanno deciso di dichiarare i loro pronomi sul profilo, in modo da trasmettere il messaggio che la questione di genere non riguarda solo chi è transgender e non binary, ma tutti, e che il genere non deve essere presunto dai dati anagrafici e/o dall’aspetto, perché non sempre c’è una corrispondenza.

Se quest’iniziativa dovesse prendere piede, grazie all’alleanza di tante persone “alleate” delle battaglie LGBT, la domanda sul genere diventerebbe una delle tante che un recruiter pone alla persona, liberando il momento dell’invio cv e quello del colloquio dalla preoccupazione che vive chi si candida e teme che il suo genere venga frainteso o cancellato.

Ci sono molte adesioni anche tra manager e recruiter italiani/e, ma non è solo il settore Diversity & Inclusion a mostrare interesse per questa istanza: stanno aderendo molte persone “ally” delle battaglie per l’autodeterminazione di genere, tanto che è nata una campagna denominata #pronomisulinkedin.

L’inclusività nell’italiano e la proposta della Schwa

In Italia, il genere si manifesta tramite i pronomi personali, ma soprattutto tramite la declinazione di sostantivi e, soprattutto di aggettivi e participi passati. Anche molte professioni hanno una doppia declinazione, che, finora, esclusi gli ambienti maggiormente sensibilizzati all’inclusione, è stata intesa in relazione al sesso biologico della persona, e non al suo genere d’elezione.

Inoltre, la lingua italiana, oltre ad essere “binaria” (vi è una rigida dicotomia tra maschile e femminile), mantiene alcune prassi che hanno un’origine maschilista: ovvero il plurale neutro è espresso con la forma maschile, che si usa anche quando è presente, in un folto gruppo, un solo maschio.

Per risolvere il problema di un plurale misto che sia davvero inclusivo, e per creare una soluzione che permetta di rivolgersi alle persone di cui si ignora il genere o di genere non binario, la nota linguista Vera Gheno ha proposto l’uso della scevà (dal tedesco Schwa), indicata dal simbolo ə. Questa soluzione potrebbe sostituire i vari tentativi dell’attivismo: l’asterisco, il 3, la u, la chiocciola, ed altri finali creativi ideati dal femminismo intersezionale e dalla comunità LGBT per dare cittadinanza alle persone non binarie e per suggerire un plurale inclusivo.

La proposta è stata accolta da molte scrittrici e figure importanti della battaglia per i diritti civili e l’inclusività, come Michela Murgia.

Il funambolismo delle persone transgender e non binarie.

Oltre all’importante tematica del plurale inclusivo, molte persone transgender e non binarie vivono il problema di doversi presentare e dover interagire in contesti in cui il loro genere non è dichiarato o in cui non sarebbe compreso a causa di un aspetto fisico non conforme alle aspettative sociali relative al proprio genere d’elezione.
Per questo motivo, le persone transgender, non med e non binary, sono ormai diventate esperte nel funambolismo linguistico, creando quasi un sub-linguaggio, che seleziona aggettivi con la stessa forma al maschile e al femminile (sono sempre felici e mai contente), preferendo i participi presenti a quelli passati, preferendo le costruzioni col verbo avere a quelle col verbo essere, e diventando esperte nell’uso di lunghe perifrasi che sollevano dalla dichiarazione di genere.

Non tutto, però, è traducibile in questa lingua “funambolica”, ed è per questo che la comunità transgender e non binaria appoggia l’iniziativa di Vera Gheno, per far sì che delle soggettività che al momento non hanno cittadinanza politica (per via delle difficoltà a cambiare nome e genere sui documenti), abbiano almeno cittadinanza linguistica, e possano sentirsi incluse almeno nel linguaggio.

E’ un piccolo passo, ma, citando Cloud Atlas, il mare è fatto di tante piccole gocce…

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