Non si è ancora spento sui social lo shitstorm contro Michela Murgia che la scorsa settimana durante la trasmissione DiMartedì aveva criticato il linguaggio bellico e muscolare del generale Francesco Paolo Figliuolo in guerra contro la pandemia dopo la nomina di Mario Draghi, il 1 marzo scorso, a commissario straordinario per l’emergenza Covid-19. Daremo Fuoco alle polveri, Fiato alle trombe, Chiuderemo la partita o l’ostentazione della divisa sono opportune in un contesto di sofferenza e morte come quello della pandemia? La metafora bellica non è una novità. Da quando si è diffuso il Covid-19 il virus è stato definito “nemico invisibile”, i numeri dei morti negli ospedali sono stati paragonati i numeri dei morti civili nelle guerre e il personale medico e sanitario è stato raccontato con la stessa retorica con cui si raccontano gli eroi di guerra.

E’ più semplice esorcizzare paura, angoscia e impotenza ricorrendo all’immagine della violenza contro un nemico che pare invincibile ma la metafora bellica è distruttiva e in un clima sempre più avvelenato dalla paura e se il nemico è invisibile prima o poi se ne trova uno in carne ed ossa.

Ho lasciato volutamente passare 24 ore dal mio intervento dell’altra sera a DiMartedì, ore durante le quali ho visto le…

Pubblicato da Michela Murgia su Venerdì 9 aprile 2021

Viviamo in mezzo alla sofferenza da mesi e sarebbe opportuno contrapporre al linguaggio bellico il suo opposto che è il linguaggio della cura. A chi si è scandalizzato per la vocazione antimilitarista di Michela Murgia chiedo se abbia mai letto Lidia Menapace, recentemente scomparsa a causa del Covid, che così sintetizzava il sentire di vaste porzioni del femminismo nazionale rispetto agli atteggiamenti violenti di piazza: “Mi sembra di poter rivolgere agli uomini un caldo appello perché finalmente vadano oltre il loro triste, monotono, insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica tattica, strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme ed è chiaro che la parte non bellicosa della popolazione non partecipa, il movimento diventa sempre più militarizzato, e si va incontro a un sicuro insuccesso: i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidità. Nella storia dei movimenti di lotta vi sono altre forme: il movimento sindacale e operaio elaborò, ed usa, nella sua lunga vicenda, tutte le forme dell’azione nonviolenta come assemblee, petizioni, scioperi, manifestazioni pacifiche, picchetti e infine sabotaggi. Il movimento femminista, fin dai tempi delle suffragiste, ha trovato altri strumenti ancora per mostrare dissenso, contrasto e agire il conflitto: manifestazioni, grafica, sit-in, musica, resistenza passiva, training autogeno, danza, sarcasmo, canti, visibilità dei corpi nella loro varietà inerme, tutto il molteplice possibile, niente di uniforme o in uniforme”. E chissà se hanno mai letto una poesia di Bertold Brecht o ammirato un quadro di Goya.

Ogni volta che una donna mette in discussione l’ordine patriarcale e i suoi simboli, le si dice “Stai zitta!” come il titolo del libro, pubblicato recentemente da Murgia. Ci sono donne che cedono e sorridono o tacciono e altre che non cedono e resistono. Un’attitudine ardua in un Paese che non riesce a superare la misoginia e che vuole mantenere ad ogni costo la subalternità delle donne. I sintomi di questa antica pandemia culturale che spesso porta morte, sono ovunque. Muore Filippo, il principe consorte che per 73 anni ha camminato tre passi dietro la regina Elisabetta II e i giornali italiani, poco avvezzi a raccontare il protagonismo delle donne e poco abituati a lodare il ruolo ombra quando tocca agli uomini, si sono precipitati a scrivere con compiacimento che il defunto era l’unico che poteva dire alla regina “Chiudi il becco!”. Rassicurando i lettori che in casa il cosiddetto ordine naturale era rispettato, comandava Filippo. “Stai zitta! ” è l’ansiolitico machista per eccellenza ma la nevrosi resta.

I generali invece parlano molto e non a caso. La comunicazione bellica, l’ostentazione della divisa fanno parte di una strategia comunicativa per convincerci che è in atto una reazione risolutiva in un momento in cui sono sempre più evidenti le farraginosità, i ritardi, le lacune del governo centrale e di quelli locali nel fronteggiare la pandemia e la distribuzione dei vaccini. Questo accade non solo per scelte politiche attuali ma per quelle perseguite scelleratamente negli ultimi 30 anni: tagli continui alla sanità, al welfare, erosione del diritto del lavoro, inquinamento ambientale, pochissimi fondi all’Università e alla ricerca. Il brodo di coltura su cui ha attecchito la pandemia lo stiamo nutrendo da decenni facendo la guerra ai diritti e al pianeta.

Una volta finita l’emergenza Covid esploderanno altre emergenze in assenza di politiche che si occupino di cura e chissà contro quale nemico si indirizzerà la risposta forte che ci stiamo abituando a invocare mentre ammiriamo le divise.

@nadiesdaa

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