Negli ultimi anni, tutti i 50 Stati Uniti d’America hanno subito inondazioni significative. La frequenza degli eventi disastrosi è aumentata in modo considerevole per molte ragioni, prima di tutto l’inconsapevolezza climatica e territoriale. L’Agenzia Federale per la Gestione delle Emergenze (Federal Emergency Management Agency, Fema) ha dovuto perciò rivedere l’impostazione con cui calcolare i premi assicurativi, la principale misura di mitigazione del rischio adottata in quel paese.

Dopo molti anni, la Fema ha modificato il modello di riferimento. Secondo l’Istituto assicurativo per la sicurezza aziendale e domestica, il vecchio modello era una specie di Pontiac 1986, oggi un brand della nostalgia ma in pieno boom di vendite negli anni ‘80. Non sarebbe un arnese del tutto sbagliato, ma è diventato un’arma piuttosto spuntata, se si vuole migliorare innanzitutto la consapevolezza del rischio. E proprio questo è l’obiettivo dell’operazione di revisione del sistema.

“Fema si impegna a costruire una cultura della preparazione in tutta la nazione. L’acquisto di un’assicurazione contro le alluvioni è la prima linea di difesa contro i danni provocati dalle inondazioni e il passo fondamentale verso il recovery più rapido possibile dopo un’alluvione”. Questa è la premessa con cui il sito della Fema presenta la nuova iniziativa, battezzata RiskRating 2.0, ossia Valutazione del Rischio 2.0.

Rispetto al metodo in uso dai primi anni ’70 del secolo scorso, fondato su un solo parametro, la quota del tirante idrico pericoloso nella fascia fluviale a rischio, RiskRating 2.0 incorpora molte più variabili. Il nuovo metodo tiene conto di tipologia e frequenza delle inondazioni, distanza dal corpo idrico, caratteristiche della proprietà a rischio, misure passive di difesa adottate, costo di ricostruzione. Lo scopo è una maggiore equità, un premio assicurativo equo e specifico per la comunità e la casa in cui si vive. E il nuovo programma avrà un impatto differenziato, a seconda che si tratti di un nuovo o vecchio cliente.

Se la Protezione Civile italiana ha acquisito chiarezza d’intenti e ottima capacità operativa per la gestione delle emergenze, ben poco è stato fatto in materia di prevenzione diffusa e capillare, pur avendo discusso per decenni dei vari modelli di copertura assicurativa. Al contrario, di rado si parla e meno ancora si fa in merito alla consapevolezza del rischio, mentre si continua a straparlare di messa in sicurezza. In realtà, il paese ha assegnando alla Protezione Civile il ruolo di un gruppo di boy scout totalmente disgiunto dalla pianificazione urbana e territoriale, con la quale si continuano a costruire edifici e infrastrutture dove e come pare e piace.

Copertura assicurativa e consapevolezza del rischio costano assai poco allo Stato, per non dire quasi nulla. Servono solo norme adeguate. Ogni nuovo governo, invece, parte in tromba con promesse di mirabolanti investimenti che, quando si scoprono le carte, si risolvono in pochi spiccioli rispetto alle necessità di partenza. Nei casi peggiori, il potere centrale parte addirittura con il piede sbagliato, chiedendo ai sindaci: “Avete un vecchio progetto nei cassetti pronto per l’appalto?”

L’essenziale è l’appalto.

Il fiume affitta, ma non vende, recita un vecchio proverbio toscano e, quando vuole, il fiume si può riprendere il maltolto, oggi come in passato. L’uomo si insedia nelle pianure da migliaia di anni perché pensa di viverci meglio, tant’è che anche Dante menziona le imponenti arginature fiamminghe e padovane con ammirazione. E tutti reclamano il diritto a non essere disastrati. Ma non c’è argine che tenga, sempre e comunque, e non si può arginare ogni corso d’acqua.

A ben pensarci, l’assicurazione alluvionale è anche un equo affitto per chi gode i benefici di risiedere nel sedime fluviale sottratto al corso d’acqua. E, senza dubbio, la condivisione del rischio tramite il sistema assicurativo attenua il dramma economico che vivono cittadini e imprese colpiti da una inondazione. L’epoca dei ristori generosi, elargiti con larghezza ai privati, si è chiusa da tempo, e le istituzioni che devono ripristinare le infrastrutture pubbliche danneggiate non hanno prospettive molto migliori.

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