La lunga battaglia per una legge sull’eutanasia legale non è ancora finita, ma le firme consegnate oggi in Cassazione, un milione e duecentomila firme raccolte in tre mesi, sono un successo che va oltre ogni aspettativa. Il passo più importante in quarant’anni di leggi incompiute e tentativi a vuoto del Parlamento. A metà gennaio è previsto il giudizio di ammissibilità della Corte Costituzionale, mentre il referendum dovrebbe tenersi tra il 15 aprile e il 15 giugno 2022. Frutto di una campagna referendaria, sostenuta anche da ilfattoquotidiano.it e che ha rappresentato una battaglia nella battaglia. Per raccontare il dolore di chi quella legge l’aspetta da anni e le storie di chi in questi decenni ha permesso agli italiani di capire, mentre la politica si girava dall’altra parte. Piergiorgio Welby, Beppino Englaro, Fabiano Antoniani, solo per citare alcuni nomi. Ma è stata anche una battaglia di democrazia, per introdurre la firma digitale, che è servita a stravincere. Si è arrivati, infatti, ben oltre le 500mila firme necessarie per richiedere un referendum popolare.

UNA BATTAGLIA DI DEMOCRAZIA – In pochi l’avrebbero immaginato prima dell’avvio della raccolta di firme. Quanti sarebbero andati ai banchetti? La partenza è stata anticipata al 17 giugno, con i primi tavoli a Milano e Roma. Davanti una data, il termine ultimo: il 30 settembre. Il 9 luglio sono partiti i referendum days, promossi dall’Associazione Luca Coscioni. A metterci la faccia anche personaggi famosi come Fedez, Maurizio Costanzo o Giobbe Covatta, oltre a Vasco Rossi che ha concesso gratuitamente i diritti della sua Vivere, diventata colonna sonora dello spot ufficiale della campagna. Così in tre giorni si è arrivati 100mila firme. “Un piccolo miracolo laico” lo ha definito Marco Cappato, tesoriere dell’associazione. Ma negli stessi giorni in cui partiva l’iniziativa, nonostante un testo concordato a giugno tra il gabinetto del ministro Vittorio Colao e i promotori del referendum, l’emendamento al decreto Semplificazioni che avrebbe consentito fin da subito la firma digitale per i referendum, ha ricevuto parere contrario dal ministero della Giustizia. Nonostante questo, nella notte tra il 19 e il 20 luglio, le commissioni per gli Affari costituzionali hanno approvato all’unanimità l’emendamento al decreto che ha consentito di sottoscrivere i referendum con la firma digitale. Primo firmatario Riccardo Magi di Più Europa, poi sostenuto anche dal presidente M5s Giuseppe Brescia. Agli inizi di agosto sono state superate le 300mila firme e il 12 c’è stata la diretta con la presentazione della piattaforma per quelle online. Con l’obiettivo di 500 sottoscrizioni ormai vicino e, infatti, raggiunto già a metà mese. La firma digitale, dunque, strumento legalmente vincolante per la prima volta nella storia, è servita ad andare oltre, molto oltre.

I VOLONTARI – Un risultato raggiunto anche grazie all’impegno di 13mila volontari, 2.970 autenticatori e 1.765 avvocati che in più di mille comuni hanno raccolto fisicamente le firme necessarie. Ognuno con alle spalle una storia, una motivazione più o meno personale. Tra loro anche Paola Stringa, cresciuta nella provincia di Cuneo e oggi avvocata di 34 anni a Torino. La storia che l’ha portata al banchetto è quella di suo padre.Se n’è andato nel giro di 46 giorni. Avevo vent’anni, lui sessantuno. Era un uomo grande e buono, un papà con la pancia, dagli abbracci grossi e pieni. Musicista, libero professionista e insegnante. Quando mi hanno detto che non c’era più nulla da fare, ho fatto di tutto perché il passaggio fosse quanto più indolore e dignitoso possibile”. Perché la malattia “rapida e impietosa lo aveva già trasfigurato, rendendolo piccolo come un ragazzino” ha raccontato a ilfattoquotidiano.it

RISULTATO INATTESO DOPO 40 ANNI DI OCCASIONI PERSE – Il successo della campagna era inatteso anche e soprattutto alla luce di quattro decenni di occasioni persone fra proposte di legge (quella attualmente principale è stata calenderizzata alla Camera per il 25 ottobre), sentenze, appelli che il Parlamento ha lasciato cadere nel vuoto, testi depositati in fretta e furia per togliere (anziché dare) libertà ai malati terminali. Un lungo percorso che, alla partenza della campagna, ilfattoquotidiano.it ha voluto ripercorrere, nella sezione speciale appositamente creata per spiegareil quesito e quali fossero le ragioni e le storie dietro quella richiesta. Partendo dalla prima raccolta di firme del 1979 e dalla proposta di legge depositata nel 1984 dall’ex ministro Loris Fortuna, che chiedeva norme sulla tutela della dignità del malato e la disciplina dell’eutanasia passiva. E passando attraverso la nascita dell’Associazione Luca Coscioni e la morte di Piergiorgio Welby che chiese aiuto al medico Mario Riccio, affinché staccasse il respiratore. Il medico fu lasciato solo, affrontò il processo e venne assolto dall’accusa di omicidio del consenziente (articolo 579 del codice penale).

LA TESTIMONIANZA DI RICCIO – “Io credo nel dovere morale del medico di portare a morte un paziente” ha raccontato in un’intervista a ilfattoquotidiano.it Riccio che, dopo il caso di Welby, ha seguito quello di Eluana Englaro (sostenendo il padre Beppino che si rivolse alla Consulta di Bioetica di cui il medico fa parte), ma anche quelli di Dj Fabo e Davide Trentini. Nel suo racconto, la sua posizione, da sempre chiara e schietta: “La medicina offre diverse soluzioni e a volte i pazienti vengono a trovarsi in una condizione in cui non avrebbero mai voluto trovarsi. È quindi un dovere del medico dire ‘siamo partiti insieme in un percorso in cui speravamo di ottenere il massimo, magari anche la guarigione, abbiamo invece ottenuto solo qualcosa di peggiorativo’. E quindi essere attore principale, rispondere positivamente alla richiesta del paziente”.

FINO ALLA SENTENZA STORICA – Il racconto degli ultimi 40 anni è terminato con le ultime deludenti tappe. Dopo gli scompigli sul caso Englaro del governo guidato da Silvio Berlusconi, che si disse pronto a cambiare la Costituzione e arrivò a sostenere che Eluana era una persona viva e avrebbe anche potuto “avere un figlio”, la campagna ‘Eutanasia Legale’ del 2013 che portò a una proposta di legge popolare poi abbinata ad altri testi e su cui il dibattito, iniziato a marzo 2016, non è mai arrivato al voto. Fino ad arrivare al caso di Fabiano Antoniani (con l’appello lanciato invano al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella) e al processo a Cappato, con la richiesta (disattesa) al Parlamento di legiferare da parte della Corte Costituzionale che, alla fine, ha dovuto decidere al posto di deputati e senatori. E ha stabilito che non è punibile “chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

LA BATTAGLIA DI LAURA SANTI E LA STORIA DI DANIELA – Eppure, senza una legge, non tutti i malati sono tutelati, come ha spiegato anche Marco Billi, giudice del tribunale dell’Aquila e autore del libro ‘Soli nel fine-vita’, raccontando la sua vicenda personale legata alla morte del padre. Lo sa bene anche Laura Santi, giornalista 46enne di Perugia. “Ci sono giorni in cui non ho tregua, la ‘fatica centrale’ mi costringe a letto per diverse ore, al buio” ha raccontato a ilfattoquotidiano.it in un’intervista rilasciata dopo e nonostante avesse alle spalle una notte di spasmi, durante la quale aveva dormito poco e male. Ha voluto lo stesso raccontare il perché del sostegno al referendum: “Se mi chiedessero oggi, ‘vuoi morire?’, direi di no. Ma non posso fermare la malattia e sono certa di voler avere domani una carta da potermi giocare”. Non ha potuto farlo Daniela, trentasette anni, pugliese. Affetta da una grave forma di tumore al pancreas, avrebbe voluto poter scegliere di porre fine alle sue sofferenze, ma non ha fatto in tempo: è morta il 5 giugno, in attesa di un’udienza fissata per il 22 davanti al Tribunale di Roma. Considerata la situazione, era stato chiesto di anticipare la decisione, ma nessuno ha mai risposto.

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